VERCELLESE DELL'ANNO 1991

  Gianni Zandano
a destra nella foto

da “la nosa varsej” marzo 1992

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Il prof. Gianni Zandano, dopo che il Sindaco gli ha consegnato la targa di “Vercellese dell’anno” 1991, ha dichiarato: «Dovendo rispondere al cortese indirizzo di saluto, sono stato incerto de dare alla risposta un taglio formale, di maniera, forse un pò “ingessato”; oppure se mettere da parte l’ufficialità e rovesciare il vaso di Pandora dei ricordi, delle emozioni, dei sentimenti che questo ritorno in terra vercellese suscita oggi a me.

Nell’optare per il secondo corno del dilemma, sia pure con rapidissimi flashes, devo avvertire subito di non poter evitare un certo intrecciarsi di riferimenti personali con il dato oggettivo della terra vercellese, che è la protagonista vera di questa veloce rivisitazione.

Dicevo prima, ricevere questo riconoscimento da una comunità come quella vercellese, da sempre viva e dinamica sia sul piano culturale sia economico, ha per me un forte valore simbolico. Il vercellese si distingue, infatti, per aver saputo conservare la forza delle proprie tradizioni senza sclerotizzarsi in esse, ma facendone il fondamento della spinta innovativa. Questo atteggiamento caratterizza anche il Gruppo che io presiedo: nell’arco di oltre quattro secoli, il Sanpaolo è cresciuto e si è trasformato ma tenendosi sempre al passo coi tempi, talvolta persino anticipandoli, senza mai rinnegare la propria storia, la propria matrice originaria. Ho incontrato questa filosofia quando, nel 1983, sono giunto alla presidenza dell’Istituto e ne sono stato subito conquistato. Credo che questo sia il clima culturale migliore, in un’azienda come in una comunità locale, per garantire una crescita ed uno sviluppo davvero “a misura d’uomo”.

Perché l’uomo, la persona, deve essere il punto di riferimento costante, motore, risorsa e destinatario di ogni progetto. È questa la sola garanzia, il solo parametro di valutazione veramente valido, soprattutto quando ci riferiamo allo sviluppo economico. Con iniziative come quella che oggi ci riunisce voi dimostrate di esserne profondamente convinti: il titolo di “Vercellese dell’anno” è un modo per ricordare la centralità dell’uomo, dell’individuo e della comunità in cui l’individuo realizza le proprie potenzialità: anche e soprattutto per questo, è per me un grande onore riceverlo, un onore per il quale vi ringrazio sinceramente.

Ma c’è un secondo filone di riflessioni suscitate in me da quest’incontro, ed esso investe il rapporto, oserei dire “sentimentale”, con questa terra. In altre parole sento di dover fare una confessione: sino a non molto tempo fa, nel ricordo, rivivevo il vercellese come una terra difficile, immobile, dove accadeva poco, dagli orizzonti limitati, intristita dalle fitte nebbie autunnali. La consapevolezza della collocazione del vercellese nel cuore del “triangolo tecnologico”, i cui vertici sono Torino, Ivrea e Novara, e la sua peculiare caratteristica di “parco rurale” avanzato, all’interno di un più ampio “parco tecnologoco-scientifico”, un’area ad alto potenziale dotata di risorse naturali e imprenditoriali, ebbene, questa consapevolezza non aveva il potere di cancellare quei ricordi di tanti anni fa, la memoria storica dei molti tentativi fatti per lasciarmi alle spalle una realtà grigia, percepita come oppressiva.

È stato soltanto molto più tardi, a promozione sociale avvenuta, a sistema di valori mutato, che mi resi pienamente conto del costo di recidere le proprie radici. Come non riflettere sulla frenesia dissennata delle grandi concentrazioni urbane, di qua e di là dell’oceano, le loro desolanti miserie, l’anonimato alienante, e come non confrontarle con le piccole comunità rurali di questa terra, con le dimensioni conservate a misura d’uomo, coi forti legami interpersonali e interfamiliari, con la condivisione e la partecipazione.

È proprio in relazione a questi valori, che io torno ad esprimere la mia gratitudine alla Famija Varsleisa: la sua iniziativa mi ha costretto ad una rinnovata, importante riflessione su me stesso, sui limiti del successo, sull’essere e sull’avere. È una riflessione da cui uscirò certamente arricchito.

Ancora grazie amici Vercellesi».