Pietro Fornara, pittore d'ombre e di silenzi
"S'ode
a destra uno squillo di tromba, a sinistra risponde uno squillo..." Questi celebri versi manzoniani mi sembrano
sintetizzare assai bene quanto, nel 1997, sta accadendo a Vercelli per
ricordare e (perché no) valorizzare Artisti da poco scomparsi che, forse non
notissimi ai loro concittadini, hanno lasciato, nel campo delle figurative, un
segno indelebile nel secondo dopoguerra. E così non si è ancora spenta l'eco
della grandiosa retrospettiva, patrocinata dal Comune, dedicata a Francesco
Montagnini, il pittore di Trino da sempre a Vercelli, che
La rassegna viene accompagnata da questo volumetto che, al solito, costituirà un'ambita preda per gli amanti dell'Arte in genere e per i collezionisti di questo tipo di pubblicazioni.
E'
doveroso, da parte mia, ringraziare coloro il cui contributo culturale o
economico ha reso possibile la realizzazione della mostra e del catalogo.
Innanzi tutto Angelo Gilardino, chitarrista di risonanza mondiale e critico di
fama nazionale, che, con la consueta competenza ha presentato il pittore; indi
Enrico De Maria, direttore della redazione vercellese del giornale "
Infine, un ringraziamento speciale alla Direzione della Polioli S.p.A. che ha perpetuato la tradizione di finanziare i quaderni dell'arte della Famija. Senza il suo contributo la manifestazione non sarebbe stata all'altezza del personaggio che si è inteso ricordare.
Il Presidente
Pier Luigi Bruni
Nel composito firmamento dell'Arte ritroviamo costantemente astri che brillano di luci diverse.
Fornara appartiene al gruppo, sempre meno numeroso, di coloro che traggono ispirazione e ragione di vita da un impulso assolutamente interiore, indipendente da mera ambizione o da pulsioni d'interesse di qualsiasi genere.
E' una luce pura e sommessa; un linguaggio adatto agli amici e alla famiglia e perciò non soggetto a mode ma valido in ogni luogo e in tutte le stagioni.
Fabio Fabiano
Inizierò
con un episodio che mi riguarda direttamente. Non ricordo l'anno preciso.
Potrebbe essere stato il 1963, come sostiene la famiglia; oppure il 1965, come
apparirebbe da alcuni riferimenti apparsi sul catalogo che il Comune di
Vercelli ha dedicato a Montagnini; oppure ancora, com'è più probabile, il 1966 quando comparve, su uno dei giornali locali, un
articolo di Leale con la famosa frase "Allora, farà la mostra?".
Fatto sta che, in uno di questi anni, avendo avuto modo di ammirare alcune
opere di un pittore a me del tutto sconosciuto, originario di Robbio ma
residente a Vercelli, mi detti da fare per reperirne
il numero telefonico e per chiedergli di poter visionare, nel complesso, le sue
opere. Fu fissato un appuntamento a cui invitai, non
essendo ancora in grado di esprimere un giudizio attendibile, Francesco Leale.
Sia Leale che lo scrivente furono assai colpiti da ciò
che videro. Affreschi, tecniche miste su tela, pastelli, acquerelli, disegni,
spuntavano da ogni dove denotando una caratura pittorica che Angelo Gilardino,
critico noto in tutta Italia anche per essere membro fisso della giuria del
Concorso Nazionale di Santhià, illustrerà
magistralmente in prosieguo di catalogo. Fornara, in allora, aveva già una
quarantina d'anni (e cioè l'età in cui certi pittorucoli, dal talento neppure
paragonabile al suo, di solito hanno tenuto decine di personali ed inflazionato
tutti i concorsi di paese con la speranza di ottenere una medaglietta da sbandierare
sui giornali locali), aveva sempre dipinto per sé, non aveva mai esposto nè
partecipato ad alcun concorso. Ci volle del bello e del buono affinché Leale ed
io riuscissimo a convincerlo ad esporre un gruppo di opere in una personale che
ebbe luogo, quello stesso anno, presso
Quella
fu la sua prima uscita pubblica a cui seguirono
unicamente due personali a Pavia, su invito di un amico a cui non poteva dire
di no, nel 1969 e nel 1971, una mostra a Vercelli (Palazzo Centori) nel 1978,
un'altra personale, sempre a Vercelli, nel 1988 presso
Nient'altro e, soprattutto, nessun concorso. Ciò nonostante, il famoso stampatore biellese Sandro Maria Rosso, noto scopritore di talenti, gli dedicò un catalogo dei suoi con l'introduzione di Piera Rosso; ciò nonostante lo avvicinarono a più riprese alcuni critici di rilevanza nazionale la cui interessata collaborazione ebbe a rifiutare sdegnosamente.
Ho voluto sintetizzare, per prima cosa, il suo curriculum pittorico che pone in evidenza il suo modo di intendere l'Arte e la vita.
Per
giungere finalmente alle note biografiche dirò che Pietro Fornara nacque a
Robbio il 14.5.1925; si trasferì a Vercelli nel 1943 ove il suo primo passo fu
quello di iscriversi all'Istituto di Belle Arti. Nel 1944 fu assunto presso
Per fare comprendere la natura dell'Artista di cui sto parlando proseguirò mutuando nei contenuti una frase che Angelo Gilardino ebbe a scrivere in altra occasione: "A Vercelli, oltre ai due che l'hanno vinto, solo un terzo pittore avrebbe potuto aggiudicarsi il primo premio al Concorso Nazionale di Santhià: Pietro Fornara che, purtroppo, mancò prima dì convincersi, coerente al comportamento di tutta una vita, a parteciparvi..."
Vorrei, infine, concludere esprimendo una personale convinzione.
Fui il primo ad organizzare una sua personale; sono altrettanto certo che l'attuale equipe, di cui sono parte modesta, non sarà l'ultima ad interessarsi della sua produzione artistica.
Gigi Mossoti
Mi sono spesso interrogato sullo stile di vita che si sono imposti due grandi vercellesi d'adozione nati a Robbio Lomellina, ad un decennio di distanza l'uno dall'altro: Silvio Piola e Pietro Fornara. Il tratto essenziale della loro esistenza era la sobrietà, la riservatezza, la severità di condotta, a tratti persino eccessiva, che imponevano innanzi tutto a loro stessi.
Entrambi amavano la solitudine, i silenzi: del placido fiume in attesa della pesca che abbocchi, oppure dello studio di pittura. Un altro "elemento" che li univa era un amico comune, Francesco Leale, l'unico che sapesse bussare, con discrezione, alla porta che essi accostavano sul mondo, per portarli dall'altra parte, tra la gente.
Pietro Fornara aveva incominciato a dipingere nella sua Robbio sotto la guida di Gino Cavallero (allievo, a sua volta, del grande Maggi) ma, fosse dipeso da lui, mai avrebbe trovato le motivazioni per mostrare le sue opere. Fu Leale, nel dopoguerra, a convincerlo. Delle sue rarissime mostre, quasi tutte si debbono a Leale: ricordiamo il successo dell'ultima, ospitata nell'autunno del 1988 alla galleria Pozzuolo di Via Dante.
Erano le occasioni pubbliche in cui questo geniale "designer" della Sambonet dischiudeva i suoi scrigni, sempre gelosamente sigillati: ne uscivano paesaggi che, fossero pure della Sardegna oppure delle Dolomiti, riflettevano sempre l'ascendenza della nostra campagna, quella che entra subito nel cuore per non abbandonarlo più. In tutta la sua vita, Pietro Fornara non ha mai abdicato alla regola che s'era dato, quella di non imporre la propria presenza. Tanti sedicenti pittori, oggi, dovrebbero farne tesoro.
Amava
l'arte per l'arte, gli piaceva la musica jazz, si inebriava, pur nella
sofferenza degli ultimi anni, delle piccole gioie quotidiane, quelle che la
vita regala solo a chi sa coglierle. Le condivideva
con la moglie, con il figlio, con i veri amici. Come non cogliere le assonanze
con il Piola post-agonistico? Per anni Vercelli s'era dimenticata dì lui perché
s'era fatto dimenticare. E quando è morto, tutti a celebrarlo. E' La sorte che
tocca a Fornara. Non
Da vivo, Pietro Fornara avrebbe sollevato steccati di riserbo per proteggersi dal pericolo di diventare un pittore alla moda, ma adesso è giusto che tutta Vercelli conosca chi era e che cosa ha fatto. Questo, come artista. Come uomo, ha regalato tutto se stesso a chi gli era accanto, con grande ed inesausta generosità. Vero artista, vero uomo.
Enrico De Maria
E'
bene incominciare dal fatto che Pietro Fornara nacque nel
Fornara, con una perentoria risoluzione del conflitto, si prese il massimo dei lussi, quello di dipingere soltanto perché era e si sentiva pittore, difendendosi dalla sindrome dell'artista terragno con un posto di lavoro in qualità di designer, onorevolissimamente occupato per quattro decenni presso la nota fabbrica vercellese di argenteria Sambonet, i cui proprietari di allora erano a loro volta pittori, poeti, fotografi. Lungi dall'impedire la ricerca artistica, il tecnigrafo attizzò in Fornara aspirazioni pittoriche ancora più profonde e oscure che quelle che gli ardevano dentro dalla nascita e gli diede quella sicurezza psicologica, quella mite ma ferrea decisione che era una delle caratteristiche del suo tratto: non si vide mai, nel suo comportamento, un solo sintomo di quel ritorno della fame che alligna sotto le comiche fobie di parecchi artisti nati contadini, poi divenuti ricchi e famosi, ma anche un po' ridicoli nei loro timori e nelle loro insicurezze. Per esempio, Fornara non si lasciò mai scappare una replica fatta per il mercato, arse e affogò quadri che gli erano venuti a noia e del successo si disinteressò per tutta la vita con una fermezza incrollabile: la ricetta più sicura per irritarlo, era parlargli di mostre commerciali. I suoi estimatori, non pochi, avevano tutti superato il collaudo della competenza e dell'onestà ed erano ben noti, nella cerchia dei suoi amici, i defenestramenti. Chi non riusciva a guadagnarsi la sua stima, veniva garbatamente invitato a levarsi di torno: sorte capitata sotto i miei occhi anche ad un tonitruante critico "di importanza nazionale", al quale il Pietro disse chiaro e tondo che i quadri - altro che "lanciarli" - manco li avrebbe visti.
Ignoto, Fornara non rimase comunque: nel 1977, Sandro Maria Rosso, stimato editore e stampatore biellese, affezionatissimo a Vercelli, gli approntò una bella monografia, con una introduzione di Piera Rosso. A soffiare sul fuoco era stato naturalmente Giorgio Sambonet (e chi altri?); ma ancora prima, negli anni Sessanta, Francesco Leale, inesorabile scrutinatore di ogni fatto artistico vercellese (e partigiano della pittura a ogni costo: aveva incluso nell'elenco dei pittori vercellesi anche me, che non avevo mai preso in mano un pennello), puntualmente registrava, sulle pagine di un giornale cittadino, la cronaca del suo inaspettato e guardingo incontro prima con la pittura di Fornara e poi con Fornara stesso. Incontro sfociato in un pertinente, caloroso apprezzamento e nell'esortazione ad allestire una personale: "Allora, farà la mostra? Vercelli conoscerà così un nuovo artista". Leale scriveva nel 1966, la personale a Palazzo Centori avrebbe avuto luogo nel 1978, dodici anni dopo: per descrivere il carattere del pittore, non occorre altro.
Una seconda personale, sempre presentata da Leale, ebbe luogo alla Galleria Pozzuolo nel 1988; poi, una mostra fulminea, di soli due giorni, fu allestita dall'Assessorato alla Cultura di Robbio a Natale, nel 1991; infine, voluta dall'autore di queste note, una personale al Santuario della Brughiera di Trivero nell'estate del 1992, fu l'ultimo impegno espositivo nella vita di Pietro Fornara: e già gli pareva di aver fatto troppo, per mettersi in mostra.
Non intendo qui ricalcare le linee tracciate da coloro che si sono occupati dell'artista, non perchè le loro proposte non siano seducenti (Masaccio, Giotto, Pietro della Francesca: davvero un bel dire!), ma piuttosto perché, nella monografia su Fornara, trovo attraente il tema ancora da svolgere, implicato nel sottotitolo: "pittore piemontese lombardo". Fornara è infatti un pittore lombardo ambientato in Piemonte.
Nella non vasta (perché rigorosamente selezionata dall'autocratica) ma regolare e continua opera di Fornara è possibile distinguere tre linee: quella dell'affresco da cavalletto, quella delle tecniche miste su tela, tavola e carta e quella del disegno. Questa mostra contiene esempi delle prime due (i disegni potrebbero benissimo reggere una mostra a parte).
La pittura a fresco di Fornara ha indotto i suoi critici a fare i nomi dei grandi maestri antichi. Alle loro opere, Fornara ha certo rivolto sguardi e sentimenti devoti, ma la purezza arcaicizzante dei paesaggi e delle figure dipinte negli anni Cinquanta è perfettamente collocabile in un alveo novecentesco che scorre tra Lombardia e Piemonte: i maestri del Ticino, Zanoletti di Vigevano e Bonfantini di Novara, su una sponda, sull'altra gli alessandrini Carrà e Morando. Sullo sfondo, le memorie del Novecento italiano, che a loro volta rimandano ai sublimi modelli trecenteschi e quattrocenteschi. I soggetti paesani, campagne e cascinali intorno a Robbio, ne escono lievi, spirituali, imbevuti di una melanconia grave e serena, che seguiterà a velare tutte le visioni di Fornara.
Fontanesi,
Cezanne, Sironi, sono stati chiamati in causa per ancorare a illustri
precedenti le successive trasformazioni dell'arte di Fornara e non è detto che
tali accostamenti siano del tutto gratuiti. L'artista
continua a dipingere
Sembra opportuno, anche qui, stimolare l'osservazione delle analogie esistenti tra lui e i petits maitres del Novecento piemontese: nella strofica, quasi geologica partizione degli strati collinari, il Monferrato di Fornara, con le sue argille calde e i suoi cieli schiacciati, nei tipici tagli "bassi di soffitto", è una prosecuzione raffinatissima, e non meno amorevole nei riguardi del mondo, del Monferrato di Guglielmo Bezzo e di Ugo Martinotti mentre, nelle caligini un po' torve dei paesaggi con la neve, si ritrova una forte consonanza con i climi macerati del vercellese Edoardo Rosso e di Beppe Levrero di Novi Ligure. Altrove, nella passionale frenesia di certe scritture minute, che agitano chiome di alberi e macchie cespugliose, Fornara riprende la grafia inquieta di Massimo Quaglino, il maestro di Refrancore d'Asti.
Pittore di ombre e di silenzi, Fornara esprime la sua fremente percezione di un mondo in cui la natura e l'opera dell'uomo si incontrano. In lui prevale l'emozione per l'elemento primordiale o atemporale, soprattutto per la stratificazione geologica del paesaggio e per il gioco turbolento delle meteore ma, nel dare corso pittorico alle sue sensazioni, egli assume pienamente la condizione di figlio della sua terra e si dispone nella linea di una tradizione. E' dunque un artista piemontese solenne e melanconico, irrazionale e disciplinato, caparbio e divagante, onirico e realista, sensitivamente attento a quell'alterità che, oltre le sembianze rivelate del mondo, si occulta nel mistero. Da quel labilissimo confine, che unisce e separa le due realtà dell'uomo, ci era giunta la parola sommessa del grande poeta delle Langhe: "... E la vita era un'altra, di vento, di cielo, di foglie e di nulla".
Angelo Gilardino