IL NOVIZIATO
Donna esce quindi dall’incerta fase introduttiva, segnata da un’intensa applicazione e dal faticoso esercizio, rompendo finalmente l’involucro cautelante delle insicurezze e liberandosi, poco a poco, di tutte le scorie delle dipendenze e degli influssi.
L’incisione con il bulino viene effettuata su una lastra di rame per essere poi stampata sul foglio con il torchio.
Lentamente prende atto delle proprie possibilità e comincia la sua creazione personale, inconfondibile, caratterizzata da una grafica superlativa e da una freschezza intatta d’immaginazione e di percezione.
L’incisione a bulino è forse il più difficile esercizio tecnico delle arti figurative in quanto non permette errori, non potendo consentire correzioni.
Un tocco sbagliato di pennello può facilmente essere celato da una giusta pennellata sovrapposta. Mentre un tratto errato del bulino, su una lastra di rame, la rovinerebbe irrimediabilmente, come una nota stonata nell’esecuzione di un brano musicale.
Inoltre, l’incisore deve eseguire il suo attentissimo lavoro al rovescio per poter poi riprodurre nel verso giusto la stampa definitiva dell’opera.
Nella necessità di trovare i temi da riprendere, egli comincia ad osservare più attentamente il mondo che lo circonda. Poco a poco coglie la poesia delle cose vicine, le geometrie confortanti delle case lungo i suoi tragitti quotidiani, la familiarità dei vicoli silenziosi, la rassicurante presenza di solidità abituali.
E s’accorge dell’affabile sicurezza che tutte queste cose emanano. Capisce che non occorre cercare lontano. Tutti gli elementi che possono ispirarlo sono praticamente lì, sottomano. Basta saperli individuare e percepirne il senso poetico che trasmettono alla sua immaginazione d’artista.
I barattoli, le bottiglie, le tazze sono tutt’intorno. Le abitazioni trepidanti della povera gente, le viuzze solitarie, le lunghe murate refrattarie, i glabri aspetti delle vecchie costruzioni in dissesto, che popoleranno le opere più schiette del suo primo ventennio di attività, sono appena oltre la soglia.
Donna inizia la carriera artistica con le sue prime nature morte, tratte dagli oggetti casalinghi che lo circondano. Accostati e silenziosi, come tanti tasselli d’una solitudine che in essi si compone e si determina. Un sintomo. O già un’enunciazione.
In quel periodo, Donna inviò quattro delle sue opere alla prima edizione del dopoguerra della famosa Promotrice di Torino, che allora si teneva a Palazzo Chiablese. Furono tutte accettate. E, da quel momento, fu sempre invitato a questa qualificante manifestazione.
Si era praticamente agli inizi degli anni cinquanta. Fu così, quasi inaspettatamente, che avvenne la sua entrata ufficiale nel tormentato mondo dell’arte nazionale.
In tale occasione ebbe modo di conoscere diverse personalità dell’ambiente artistico italiano e di farsi a sua volta conoscere. Fra queste Marcello Boglione, il mitico insegnante di incisione dell’Accademia Albertina di Torino, che lo invitò a seguire i suoi corsi presso questa Accademia prestigiosa. Donna aderì con il massimo entusiasmo, frequentandoli per quasi tre anni.
Durante l’esposizione della Promotrice fu
anche notato dal famoso critico de “
In quella stessa circostanza lo avvicinò Luigi
Carluccio, l’attento critico d’arte di quell’indimenticabile quotidiano che era
allora “
La presentazione delle sue opere, ora, veniva spesso sollecitata. Affrancato dalla frustrante sottomissione di giurì interminabili.