Armando Donna

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PREFAZIONE

 

La costante ricerca di mondi ed atmosfere, cancellati dal tempo, che la memoria rievoca negli spazi, trasformati in paesaggi di un animo, dominato da angosce, sembra incurante delle trasformazioni sociali ed economiche, che il progresso spesso ha sospinto. E, bandito ogni oggetto superfluo, le immagini, libere da ogni concreta certezza, oltre ad ogni emozione, resuscitano alberi scheletriti, luci lontane, rari oggetti o persone, nell’essenzialità di una rappresentazione, che spesso getta in rassegnato sgomento chi nella solitudine ha riassunto tutta la vicenda umana. Nelle pure geometrie senza contorni di Armando Donna, composte con nitidi tratti del bulino, si ritrova una fissità frugata nelle forme, smarritesi nei minuti particolari di luoghi reali, eppure avvolti da calibrate fantasie, che ancora devono molto alla ragione. Il rapporto dell’artista con la realtà sembra così risiedere nel tentativo di svelare il mistero, che cela l’arcano di una verità ancora non detta e che forse non potrà mai essere colta. L’immobilità pare essere infatti la grande protagonista di questi mondi, sempre più chiusi e lontani, eppure disposti a lasciarsi indagare con artistico slancio e penetrare da colui che rimane fedele, senza lamenti, all’annuncio di continue attese di ciò che l’esistenza o il solo destino ancora riservano. Il tema conduttore delle opere proposte è il silenzio di un mondo interiore, che non vuole più avere parole d’insegnamento per nessuno, perché imprigionato nel reticolo di cupe scenografie, ove la speranza appare bandita, o almeno allontanata nei reconditi bagliori di una luce.

L’artista, attraverso modi non descrittivi, si riallaccia così ad una visione poetica della vita e si sofferma su immagini ricreate con suggestioni metafisiche. Dagli anni Cinquanta esse vanno nel tempo rarefacendosi, fino a cogliere l’ultima esperienza, più propriamente onirica e surreale, di questo ventennio, ove il soggetto viene ridotto a puro simbolo del reale, scomposto e ricostruito attraverso quel processo di sintesi, che già si ritrova in queste opere, in cui le immagini iniziano a perdere di consistenza. Ed è nella natura desertica di quest’artista, luogo simbolico di nuove avventure dello spirito, spesso priva della presenza dell’uomo, che si afferma anche il senso di una morte, non più paurosa né temibile, ma ancora aperta a tenui e malinconici albori di emozioni o di vane illusioni.

Quella di Donna è un’arte profondamente morale quindi, che riesce a rimanere, come ogni serio e lucido pessimismo, sempre aperta al sentimento dell’esistenza, nonostante le sue incomprensibili contraddizioni quotidiane, che tuttavia chiedono di venire tradotte in una fantasia, che sappia ancora essere lirica, anche se la realtà a volte se ne dimentica, perché troppo in altro affaccendata.

Marco Fragonara

(da “Grafica d'arte” ottobre - novembre 1992)

 

 

Queste brevi note volevano essere inizialmente un bilancio, dopo i primi cinque anni d’attività della nostra Rivista. Ma la morte di Armando Donna, avvenuta nel mese di ottobre, c’impone di lasciare in secondo piano i progettati intenti, per spendere invece due parole su un artista che è stato certamente una delle espressioni più originali e significative del bulino nel corso di questo secolo, ormai giunto verso l’epilogo.

Donna non ha bisogno di celebrazioni, che sarebbero del resto assai lontane dal suo modo di operare e di vivere riservato e assiduo, nel lavoro e nell’insegnamento. La sua opera e la stessa vita parlano del resto da sole e si accampano come fatti sicuri, d’insegnamento per molti, di monito per alcuni. Vi sarà certamente chi prova meraviglia che si usino tali asserzioni per un artista conosciuto solo da pochi, ignoto alla massa, al di fuori forse del suo Piemonte. Alcuni anzi potrebbero sospettare che la penna di chi scrive sia mossa più dal ricordo di un’amicizia affettuosa, che non da un’obiettiva valutazione artistica.

Non è così. Donna certo non ha goduto di molta notorietà e in fondo ha lasciato questo mondo in punta di piedi e senza clamori della comunicazione di massa. Ma altri artisti, di lui non meno bravi, hanno lasciato le terrene imprese nel generale disinteresse e solo più tardi sono stati scoperti nel loro reale valore. La vera eredità di un artista, lungi dal risiedere nella notorietà o negli eloqui verbali dei critici, sta nelle opere. E Donna ha lasciato, per quel che concerne la sua produzione fra gli anni Cinquanta e Sessanta, bulini di magistrale intuizione, straordinari per risultato tecnico, che colgono con acume l’ “ora” che allora si viveva, quel dramma della solitudine, della insignificanza e dell’anonimato che tanto ha travagliato altri grandi artisti come Ferroni, Plattner, Romagnoni, Vespignani, Manaresi o Morena. L'intuizione di quell’ “ora”, anche quando ormai il suo tempo è passato, resta comunque nelle sue stampe come monito di glaciale severità contro ogni tentativo di alienare l’uomo dal suo reale destino.

Paolo Bellini

(da “Grafica d’arte” gennaio marzo 1995)