Prefazione

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La mostra dedicata ad alcuni pittori vercellesi attivi tra il 1870 e il 1940 vuole essere un contributo alla riflessione su un periodo storico molto importante per la storia della città.

Noi speriamo che questa mostra propositiva sia il germe di altri e più penetranti approfondimenti: ricordiamo alla rinfusa che operarono in città in quel periodo Carlo Costa, Edoardo Sassi, Ambrogio Alciati, Ferdinando Rossaro, Edgardo Rossaro, Francesco Bosso, Umberto Cerruti, Mario Arada, Alberto Ferrero, Giuseppe Galli, Umberto Cavalli, Enzo Gazzone, Giuseppe Gennaro, Ottavio Grolla, Giuseppe Porta, Clemente Pugliese Levi, Umberto Ravello, Pietro Verzetti, Nina Tavallini, Irma Rossaro, Giovanni Tavallini, Giulia Rovati, Francesco Vertice, Gisella Ardissone-Berra, Giuseppe Raviglione, Cesare Cerallo, Carlo Pianca, Francesco Rinone.

Non tutti questi pittori sono presenti in questa mostra dal momento che ci sono dei limiti per riuscire a trovare disponibili loro opere presso privati, gallerie e istituzioni ma crediamo che in approfondimenti futuri si possa giungere a mostre specifiche riguardanti singoli pittori come Ottavio Grolla, Umberto Ravello e Clemente Pugliese-Levi. E in una retrospettiva ampia che riguarderà pittori viventi e un settore specifico quello dell’acquerello non potrà mancare Gisella Ardissone-Berra.

Per Ambrogio Alciati e Francesco Rinone si sono già fatte mostre di notevole impegno che rimangono un punto fermo ma per Alberto Ferrero rimane solo la mostra di Milano del 1948.

Inoltre per i limiti cronologici imposti non è stato possibile inserire pittori come il fiabesco Venanzio Mele, il cezanniano di ferro Edoardo Rosso, ed altri artisti come Pietro Fornara e Nino Jorio, deceduti in questi anni.

Volendo dare un contributo alla riflessione sulla pittura a Vercelli tra il 1870 e il 1940, si possono costruire delle monografie a più voci, come quella recente riguardante l’Alciati, e notare in questo caso il distacco dalla città d’origine con l'inserimento stabile nella grande città industriale (ma bisognerà poi chiedersi perché Alciati conserva una preziosa vena intimista), cosicché, ordinatamente pittore dopo pittore si può, partendo da Ferdinando Rossaro, giungere a Francesco Rinone, certamente il più dotato dei pittori rimasti a Vercelli intorno agli anni ‘30. Escluso naturalmente l’Alciati che è in un’altra dimensione. C’è però un fattore comune in tutti questi pittori, quello che potremmo chiamare la coscienza della committenza. Sembra che in loro vi sia un esorcismo costante contro la solitudine e la disperazione insiti nella grande città industriale, una ricerca della consistenza della persona umana nei ritratti (non solo il Rossaro ma anche Porta e Rinone), un’adesione intima alla Natura (e naturalmente esiste in qualcuno di essi il pericolo del calligrafismo) e l’amore-odio verso il salotto borghese che può divenire grandeur nelle grandi sale ove spiccano ritratti di antenati di settecentesca fattura. Si può dire che la coscienza dell’esistenza di una committenza che vuole distendersi in paesaggi privi del lavoro umano (ma Enzo Gazzone ci arriva), che ama presentare nei ritratti la potenza della famiglia o bearsi nell’eterno vaso di fiori, abbia condizionato il lavoro dei pittori. Eppure qualcuno di loro aveva coscienza di ciò che stava maturando in Europa dal divisionismo in avanti e passava lentamente in alcune loro opere.

Certamente non li toccavano i segni esasperati di Grosz e i sogni azzurri di Chagall; essi rimanevano ben legati alla tradizione della figura, o della natura morta, a volte in un fiamminghismo di ritorno giungevano talora ad esiti che ricordavano Previati in certe figure e movenze di fiori, oppure si chiudevano in scorci di città. Ma non vendevano fumo.

Giuseppe Bo

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