Enzo
Gazzone:
Ut pictura poësis erit
a cura di Mario Guilla
Il mio primo approccio con l’arte di Enzo Gazzone risale a quando, giovanissimo, frequentavo lo studio dentistico del dottor Francesco Picco di Via Guala Bicchieri. In una saletta d’attesa, arredata con alcune savonarole, erano appese alle pareti quattro stampe: due, incise a bulino, di Armando Donna, le altre realizzate ad acquaforte da Enzo Gazzone.
L’età non mi consentiva di ben comprendere le sintesi grafiche di Donna costituite da linee nette, perfettamente parallele tra loro, che definivano due barche tirate a secco e uno scorcio urbano.
Mi erano invece di immediata lettura le acqueforti: un argine percorso da un filare di pioppi e una veduta del cortile interno del castello di Fénis con la caratteristica decorazione a losanghe bicolori. Benché privo di qualsiasi esperienza di arte figurativa (i programmi scolastici per la scuola media d’allora non prevedevano informazioni al riguardo), sentivo una particolare attrazione e ammirazione nell’osservare l’intrico di segni e i contrasti chiaroscurali che acquistavano una plastica credibilità ambientale. Allora immaginavo che tali opere fossero state realizzate in punta di penna con inchiostro di china.
Successivamente conobbi l’artefice di quelle opere che, in modo assai originale, contrassegnava inserendo il proprio nome in un garbatissimo cartiglio. Era facile incontrarlo in Via Vittorio Veneto e dintorni, con un simpatico cocker al guinzaglio. Figura inconfondibile per eleganza e per il candore dei capelli, dal taglio simile a quello portato da Giorgio De Chirico; un aspetto severo, però il volto era pronto al sorriso cordiale nel salutare.
Intanto appresi che i presunti disegni tali non erano, ma si trattava di stampe, ottenute incidendo, con complessa tecnica una lastra di rame o di zinco.
Ed ora eccomi coinvolto nel proporre alcune considerazioni sull’opera di Enzo Gazzone, in occasione della mostra a lui dedicata per volere della Famija Varsleisa.
Nel
catalogo dei dipinti di Gazzone, esposti nel
La mostra di Villata raccoglieva solamente i quadri che rappresentavano vari aspetti del mondo orbitante intorno alla coltivazione del riso: raccolta di quadri che il pittore titolò Rapsodia della risaia. Con la parola “rapsodia” Gazzone seppe sottolineare, con acutezza, tutto il contenuto “epico” e il “canto” corale che fu proprio della risaia e di chi vi lavorò.
La mostra della Famija Varsleisa vuole invece perseguire una valenza documentaria, offrendo una campionatura tematica e tecnica della vasta produzione dell’artista, per contribuire a comprenderne la versatilità e i molteplici interessi culturali.
Enzo Gazzone si formò all’Accademia Albertina di Torino, dove concluse gli studi nel 1917. Andrea Marchisio e Giacomo Grosso furono suoi maestri. Per tutto il tempo della sua attività professionale, durata cinquant’anni, fino a ridosso della sua morte, avvenuta nel 1970, fu fedele ad un suo personale linguaggio pacatamente realistico, sicuramente mediato dal magistero del Grosso del quale, con mirabile modestia, condivise anche il programma di lavoro, sintetizzato nella nota frase (dal Grosso presumibilmente indirizzata a Felice Casorati) «Mi i sôn mach ’n pitôr. Chiel,... chiel a l’è n’artista». Ma, come sovente accade, proprio chi umilmente, quasi con stile monacale, impiega la propria abilità di saper facere, unitamente all’abilità di manifestare, senza avvedersene, consegue ciò che i Greci indicavano con il termine téchne, ossia arte.
Il saper fare di Gazzone e la sua espressività lirica sono agevolmente verificabili nelle opere che lo spazio espositivo della Famija Varsleisa ha consentito di collocare.
Colori caldi, solari, descrittori di un’atmosfera intesa fisicamente, tra densità e rarefazione, si rilevano in La costa dell’Esterel e in Autunno in Valle d’Aosta. Nel primo dipinto, la veduta è costruita con una linea dell’orizzonte arditamente alta: l’estensione della superficie marina, realizzata nei primi piani con virtuosistiche trasparenze, occupa i nove decimi dell’altezza del dipinto. Nel secondo quadro è piacevole indugiare su quelle cortine d’alberi dorati, che pur nella bidimensionalità della tavola, rivelano una reale profondità di sottobosco. Risaia può essere assunta come opera emblematica di quel “poema dipinto” (la definizione è di Angelo Gilardino, forse, e non a caso, in perfetta sintonia con Orazio: Ut pictura poësis erit) relativo alla terra vercellese che molto impegnò Gazzone per narrarne, iconicamente, la storia, fatta, un tempo, di lavoro faticoso, paziente, costante, secolare: una storia che è oggi memoria di uomini e, soprattutto donne, caparbiamente tenaci.
Nei ritratti, i caratteri fisiognomici sono osservati e restituiti con acutezza, tanto da farne immagini che stanno nel tempo. Volutamente mi soffermo sui ritratti di una bimba e di un ragazzo prossimo all’adolescenza, poiché la ritrattistica rivolta in special modo ai bambini è la più ardua per un pittore. Sono i volti di Teresa Lorio, dallo sguardo dolcemente fiducioso e incuriosito, al cospetto di chi la sta insistentemente osservando per ritrarla, e il ritratto di Pier Benedetto Francese la cui soluzione pittorica dei capelli è più che sufficiente per confermare l’abilità dell’artista nel saper tradurre quei valori tattili tanto cari a Bernard Berenson.
Sono molti i ritratti di Gazzone, oggi gelosamente custoditi dai familiari o dagli eredi, di personaggi illustri vissuti a Vercelli: ne ricordo uno, eseguito nel 1930, quello dell’arcivescovo Giovanni Gamberoni: un monumento! La figura è ambientata nella cosiddetta sala del trono in episcopio: è posta in piedi, a grandezza naturale, con posa ruotata di tre quarti, ma con il viso rivolto verso l’osservatore. Austera solennità e autorevolezza si compendiano. Cromaticamente è un cangiare continuo di colori rossi, violacei e di porpora.
Gazzone amò molto la tecnica dell’acquerello, lasciandoci parecchi angoli di una Vercelli ormai scomparsa a seguito di demolizioni non sempre giustificate. Oggi, questi scorci sono documenti preziosi di Vercelli com’era. Sono acquerelli eseguiti con perizia tecnica non comune, anzi certe trasparenze e contrasti sono ottenuti con espedienti esclusivamente personali e ignoti ad altri artisti. Siamo di fronte ad un esaltante realismo, specie per le vedute dei castelli d’Oltralpe, da accostare alla cultura rinascimentale nordica. Credo di scorgere, negli acquerelli di Gazzone, il compiacimento di essere padroni di un disegno pulitissimo sul quale stendere le purezze cromatiche che la tecnica esige, giungendo alla cristallizzazione di composizioni simili a quelle ottenute da Albrecht Dürer. Padronanza del disegno, ho appena detto. Certo, Gazzone la possedeva per naturale predisposizione, la stessa posseduta da suo padre, medico in quel di San Germano, ottimo disegnatore e degnissimo pittore. Sia per il dottor Luigi Gazzone, e più ancora per il figlio Enzo, l’esercizio del disegno era quotidiano secondo il mitizzato motto: Nulla dies sine linea.
L’abitudine al disegno e l’abilità di saper sintetizzare forme e volumi favorì l’ingresso dell’artista nel mondo della calcografia, alla quale s’iniziò da autodidatta in giovanissima età. Le stampe che più gli furono congeniali, forse per la morbidezza grafica che si ottiene, furono quelle prodotte dalle lastre incise ad acquaforte. Tutte le tirature, essendo in numero limitato, sono assai preziose.
L’artista,
oltre a soggetti riferibili ad ambienti concreti, se pur permeati e trasformati
da seducenti liricità, ha creato soggetti non esenti, credo, da valori
simbolistici: mi riferisco a Decadenza che, nel 1929, riscosse notevole
successo alla Mostra internazionale di Melbourne, in Australia. Vi è
rappresentato, in stagione invernale, un cancello contenuto tra due imponenti
pilastri; al di là di esso un vecchio giardino ed un
antico palazzo dal quale emerge una torre, segno di una potestà civile e
signorile ormai perduta, lontana, assorbita dal tempo che sovente annulla il
ricordo delle cose e degli uomini e che in realtà altro non è che una veduta
del cortile dello studio di Gazzone. Oppure mi riferisco a ...e viene la
primavera o, e ancor più, a L’argine,
ultima sua opera calcografica, datata 1969, quasi premonitrice del concludersi
di una meravigliosa avventura terrena: l’argine, in quest’immagine, sembra
assumere il valore di elemento divisorio tra la concretezza vincolante di un
campo e la mutabile purezza dell’acqua, alla ricerca, col suo scorrere, di
lontani e più ampi orizzonti. Si cimentò pure in acqueforti a più colori: ad
esempio Il vient de loin, un poetico omaggio all’ardimento aviatorio,
messo in evidenza dall’estrema piccolezza di un velivolo, immerso nella vastità
del cielo.
Gazzone ebbe un’attività che superò i confini della tradizionale produzione artistica, tale da rendere augurabile, in un prossimo futuro, la compilazione di un completo catalogo di quanto produsse per avere, non solo una testimonianza della mole di lavoro di un artista impegnato su più versanti, ma anche una memoria di quanto fa parte della storia di Vercelli, della sua terra e della sua gente.
Oppure uno spazio museale come emerge, tra queste stesse pagine nell’intervista a Carla Gazzone puntualmente condotta da Gian Piero Prassi, dove il lettore scoprirà molti aspetti della personalità umana dell’artista. Al riguardo è sufficiente pensare alla collezione di fotografie scattate da questo singolare maestro, alcune delle quali sono interpretate in modo artisticamente raffinato, come un controluce su Via Cavour o i cippi innevati del sagrato antistante la chiesa cattedrale. Veri documenti sono poi le riprese dall’aereo dei cantieri sorti per un “rinnovamento” edilizio che vide l’abbattimento del quartiere circoscritto alla chiesa del Carmine, anch’essa andata distrutta e il comparire di nuovi edifici in stile piacentiniano, intorno alla futura Piazza Zumaglini; ancora, le foto zenitali su Piazza Roma o la sfilata, nell’allora Corso Carlo Alberto, dei soldati che tornavano dalle conquiste in terra d’Africa per un’Italia imperiale.
E che dire del lavoro di illustratore e di grafico? Lo spazio a disposizione mi obbliga ad essere conciso, d’altro canto sono stato costretto ad esserlo finora.
Si devono a Gazzone le illustrazioni per il libro di fiabe scritto da Eugenio Treves Le pecore incantate e con Treves collabora per la rivista da lui diretta Vercelli nobilissima, della quale disegna la copertina e crea illustrazioni con piacevoli invenzioni vignettistiche-caricaturali. Altre illustrazioni, realizzate a carboncino con rapida tecnica, sono utilizzate per il libro di Carlo Giorchino Augusto Franzoj presentato ai giovani, edito nel 1963.
Ulteriore e singolare impegno è riservato alle illustrazioni anatomiche e di interventi chirurgici, inserite negli atti di convegni scientifici: immagini volute da personaggi della medicina vercellese i cui nomi sono ben noti: Andreoli, Pagani, Petterino Patriarca.
Moltissimi i progetti e i bozzetti per manifesti e pieghevoli turistici del Vercellese, Biellese e Valsesia, oppure per gare sportive, manifestazioni, eventi, ex-libris, logotìpi...
A Gazzone si devono pure l’elaborazione grafica e i calchi esecutivi di medaglie commemorative e di oggetti divenuti simboli della città di Vercelli: il Galletto, che svetta sulla torre di sinistra della basilica di Sant’Andrea, e il rosone di facciata della stessa basilica.
È facile osservare come Gazzone risponda all’appello di committenze prestigiose, quali possono essere i ritratti, e nello stesso tempo non disdegni richieste apparentemente di tono minore, alla stessa maniera dei grandi maestri di un passato più o meno remoto.
Personaggi ai vertici dell’arte figurativa passavano, con la stessa dedizione e lo stesso impegno, dal progetto di una cattedrale a quello di un reliquiario, da un ciclo di affreschi alla decorazione di un cassone da sposa o al disegno semplice ed essenziale di una tarsia marmorea, dal progetto di una dimora principesca a quello di una scenografia teatrale o di un modesto costume di scena.
E
non è da dimenticare l’attività di magistero di Gazzone: fu direttore
dell’Istituto di Belle Arti vercellese per vent’anni; insegnante di pittura
nello stesso Istituto, di disegno all’Ospizio dei poveri e di storia dell’arte
al liceo classico e al liceo scientifico.
Due ultime citazioni.
La prima riguarda la produzione di una serie di xilografie con scorci di Vercelli, eccezionali per la sintesi esecutiva necessaria ad esaltare la silhouette dell’immagine; la seconda relativa ai nudi. Debbo alla cortesia della figlia dell’artista l’opportunità di conoscere queste figure: sorprendenti per compostezza, sensibilità cromatica e serenità d’espressione; un vero omaggio alla donna e al ruolo che riveste in seno all’umanità.