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Enzo Gazzone:
frammenti di una vita esemplare
Conversazione con Carla Gazzone

a cura di Gian Piero Prassi

Abbiamo pensato di affiancare, al profilo artistico, molto ben curato da Mario Guilla, una conversazione intervista con Carla Gazzone, figlia di Enzo e ispiratrice della stagione di riscoperta avviatasi, a metà degli anni '90, con la mostra itinerante "Rapsodia della risaia" e continuata nel 2000 a San Germano, nel trentennale della morte di Enzo Gazzone, con una buona selezione di opere anche del padre Luigi.

Prima di entrare nel merito, va tracciato un minimo di contesto familiare di una casata che ha origini nobili, con tanto di stemma araldico, i conti di Rosignano e Valmacca. Tra gli avi di Enzo Gazzone si annoverano personaggi che sono parte della storia del Piemonte e del Regno d'Italia, un Giuseppe Gazzone, sottotenente del 68° Fanteria cadde vittima dei moti popolari in Ardore, in Calabria, ai tempi dell'epidemia di colera. Una triste storia riportata nella "Vita militare" del De Amicis. E Vincenzo Fulvio Gazzone fu Presidente di Corte d'Appello. Un magistrato e un vero e proprio patriarca, con ben 12 figli. Il primo dei quali è proprio il padre di Enzo, medico condotto di San Germano. Il titolo passò ad altro ramo della famiglia a causa del dott. Giovanni Battista, un avo medico, professione allora non considerata nobiliare, ma, in seguito, a causa di mancanza di discendenti, tornò ad Enzo. Ma se poco importa ormai un titolo, rimane una autentica aura di vera nobiltà che fu certo un solido retroterra culturale. Luigi, oltre che medico, fu pittore instancabile, dotato di un disegno spontaneo, espressivo, ben testimoniato, oltre che da una vasta produzione pittorica, in specie paesaggistica, da un prezioso album in cui sono raccolti schizzi della campagna di Serbia, nella prima guerra mondiale, che abbiamo potuto sfogliare, rimanendo allibiti per la capacità di trasmettere in pieno la drammaticità insita nella guerra, trascendendo il dato storico. E proprio dal padre di Enzo prende le mosse la nostra conversazione con Carla Gazzone, nell'intento di ricostruire la figura dell'uomo e dell'artista.

 

«Il padre trasmise ad Enzo la sua naturale predisposizione al disegno. È corretto affermare che fu il suo primo maestro, capace di trasmettere al figlio anche un infinito amore per il paesaggio vercellese. Certamente, in seguito, Enzo seguì un suo autonomo percorso di studi, compresa l'Accademia Albertina di Torino, ma l'aria respirata in famiglia fu la molla che fece scattare la passione per il disegno. L'arte, del resto, fu anche un'ottima terapia per restituire la gioia di vivere ad un ragazzo che in tenera età conobbe la malattia, entrando e uscendo dagli ospedali, a causa di un incidente».

 

Sì, perché è evidente come per Enzo il dipingere fosse connaturato come il respirare...

«Questo è senza dubbio vero, anche se non bisogna dimenticare che la formazione accademica di allora comportava un continuo esercizio, con lunghe sedute di disegno dal vero. Così doveva essere automatico, per ogni buon artista, tracciare in breve un dipinto. Comunque mio padre, al di là della tecnica e della formazione, amava proprio disegnare in continuazione. Si pensi che aveva l'abitudine di dipingere un quadro alla mattina e uno al pomeriggio, quando si recava alla Burcina... Senza contare che nei momenti più impensati, su appositi quadernetti o sui supporti più casuali, tracciava schizzi... Riflessioni su lavori in corso, certo... ma anche improvvise ispirazioni che davano vita a micro-opere concluse e perfette. Era capace di catturare in sintesi l'essenza di un soggetto».

 

L'arte fu l'unica attività di Enzo?

«Un pittore deve prefiggersi di vivere della propria arte, altrimenti questa rimane una passione, un hobby… Mio padre lo sapeva bene e, del resto, aveva il carattere adatto per riuscire nel suo intento. Era un ritrattista molto richiesto, ma anche capace di creare affiches pubblicitarie, loghi, pergamene, exlibris… insomma sapeva andare incontro al mercato, senza snaturare la propria arte che, comunque, seppe evolvere. Si pensi che imparò da autodidatta la difficile tecnica dell'acquaforte, che gli diede molte soddisfazioni. Comunque va detto, per inquadrarne meglio la figura, che poté convolare a nozze con mia madre solo dopo che l'eredità avuta da uno zio gli permise di disporre di maggiori mezzi economici. Credo che ciò sia significativo ed è da mettersi in relazione con l'antipatia nei confronti del grande mercato dell'arte; non si diede mai da fare nelle grandi piazze, per emergere, perché avrebbe dovuto scendere a compromessi con i mercanti e sacrificare i momenti di creatività con i doveri di circostanza…»

 

Quali i suoi rapporti con gli altri artisti dell'epoca?

«Non si aggregò a nessun movimento, ma non disdegnò collaborazioni, le cronache riportano di una mostra a "quattro mani", con Francesco Giuseppe Rinone, nel 1940, ed è presente anche in alcune collettive di artisti vercellesi. Molto più significativa penso sia l'esperienza di docente. Fu direttore del "Belle Arti" dal 1940 al 1960 ed ebbe molti allievi, che seguiva con affetto, al di là del rigore nell'insegnamento. Anche nell'ex Ospizio dei Poveri ebbe modo di formare molti allievi. Gli ex-Ciudin gli hanno dedicato un toccante articolo in ricordo della sua opera. Ritengo abbia lasciato una traccia nel movimento artistico vercellese del '900, anche se con una certa discrezione».

 

Fu comunque un uomo inserito nella società del suo tempo...

«Certamente sì, a tal proposito ricordo la sua militanza nel Rotary Club e l'impresa del circolo filatelico (ora "Associazione filatelica numismatica Vercellese E. Gazzone") che lo vide tra i fondatori, ma in generale era ben conosciuto negli ambienti cittadini, in gioventù frequentò i salotti letterari, e amava profondamente la propria terra, come dimostra la sua produzione; sia la ormai arcinota "Rapsodia della risaia" e altri dipinti di paesaggio, sia alcuni acquerelli e acqueforti che sono inclusi nell'attuale mostra in cui rivivono angoli di Vercelli oggi profondamente mutati o scomparsi del tutto. Attenzione che traspare anche da buona parte della sua produzione fotografica. Ebbe anche una certa presenza in ambito letterario ed editoriale, sue le testate della "Vercelli nobilissima" del 1924, pubblicazione su cui comparvero anche illustrazioni, sue anche le testate de "Il piccolo agricoltore", periodico dei coltivatori diretti negli anni '50 e la testata dell'Albo Eroico della Provincia di Vercelli del 1963, sue le illustrazioni per le "Pecore incantate" di Eugenio Treves e "Augusto Franzoj presentato ai giovani" di Carlo Giorchino edito da Gallardi, oltre a illustrazioni in trattati medici e altre pubblicazioni».

 

Conosciamo molto bene i paesaggi di risaia che Enzo Gazzone prediligeva e gli altri soggetti?

«La ritrattistica in cui era assai valutato, suoi sono per esempio i ritratti degli Arcivescovi Gamberoni e Imberti e poi di personaggi che ormai possiamo definire storici, quali Giulio Sambonet, Carlo Cantone, del Marchese Mercurino Franco Arborio di Gattinara e di molti altri, oltre ad alcuni ritratti di Benefattori dell'Ospedale, posti nella Quadreria. Nella figura anche il nudo. Poi, come testimoniano molte opere qui esposte, fu un vero e proprio poeta della neve. Le sue nevicate sono cariche di echi magici, di emozioni che il clima, ma anche la caduta di certi valori estetici e morali, ci hanno ormai tolte».

 

Ci parli anche delle caratteristiche caratteriali ed umane di suo padre.

«Ah. Era una persona sempre solare, che sapeva mettere a proprio agio sia i familiari che gli amici e persino gli estranei. Ricordo di averlo visto alterato solo in un paio di circostanze, mai veramente infuriato. Aveva un ottimo carattere ed un fine senso dell'umorismo. Ma era anche un uomo deciso, ha scelto sempre lui cosa fare e quali tempi darsi. Credo che una parte importante l'abbiano avuta gli anni dell'infanzia, che furono purtroppo anche anni di cure, ospedali e sofferenze. Avendo toccato con mano il dolore proprio, ma anche quello del prossimo, aveva capito che la vita va presa con filosofia e con gioia di vivere. Non mi vengono in mente episodi particolari... a parte alcune burle da lui architettate e che sono rimaste impresse nella mia memoria. In gioventù frequentò un certo salotto letterario, molto qualificato in città, ma assai noioso. In occasione di una di tali serate nascose una sveglia in un angolo della stanza e questa si mise a suonare improvvisamente, proprio mentre Eugenio Treves finiva di declamare una poesia, svegliando dal torpore più d'uno dei convenuti. Senza parlare di quella volta in cui, vestito di tutto punto il manichino che aveva nello studio, lo sedette nel sydecar della propria moto e, parcheggiatolo di fronte al Bar d'Italia, di cui era assiduo frequentatore, mandò il cameriere a servirgli il caffè, spacciandolo per un amico. La messa in scena era così ben congegnata che il malcapitato, non avendo ottenuto risposta da quello strano signore, lo scosse e lo fece cadere dal sydecar e credendolo morto schizzò via spaventato... E ancora... negli anni di Accademia a Torino tra i compagni c'era un polacco, completamente calvo. Ora, al termine di una festa quando questi, ubriaco perso, si addormentò profondamente Enzo, con la complicità di amici, dipinse su quella pelata una folta capigliatura!

A parte gli scherzi era sempre veramente di buonumore e dava energia a chi gli stava attorno. Non aveva nessuna di quelle complicazioni d'animo che molto spesso si accompagnano ad una notevole capacità artistica».

 

E, a proposito d'arte, fu strenuo sostenitore del figurativo...

«Sosteneva che l'arte deve trasmettere qualcosa ed essere capita immediatamente da tutti, una posizione classica che non era però certo rifiuto di ricerca ed evoluzione».

 

Pittura, acquaforte, fotografia... da dove viene tanta versatilità.

«Mio padre era un uomo che voleva sempre comprendere i meccanismi delle cose. Non a caso era anche un sostenitore ante-litteram del "fai da te", un ottimo "artigiano". Aveva una vera, attrezzatissima piccola "officina" e un laboratorio di falegnameria. Al contrario di altri pittori, molto poco inclini alla manualità e alla meccanica, Enzo amava aggiustare, modificare e progettare. Pensi che si disegnò e si costruì da solo uno speciale lucchetto a combinazione per la bicicletta. Questa insaziabile sete di conoscere si esplicò anche nell'attività artistica, ho già detto di come apprese la tecnica dell'acquaforte, dotandosi di un proprio torchio, potrei anche citare la perizia come fotografo, mi sono rimaste le sue attrezzature, oggi veri e propri cimeli, allora il top della tecnologia ottica... Si dedicò anche alla scultura, realizzando medaglie (per il Rotary, la Camera di Commercio e altre istituzioni). A tal proposito fu l'ideatore del logo del "galletto di Sant'Andrea" e della relativa statuetta che è riprodotta in questo catalogo, e del rosone di S'Andrea che poi vennero ripresi un po' in tutte le salse...».

Da questa nostra chiacchierata emerge il ritratto di un artista e di un uomo a tutto tondo ed anche una buona parte della storia di Vercelli nel '900...

«Credo che ci sia ancora tantissimo da dire e da scrivere, ma soprattutto da vedere... Senza contare che si dovrebbe anche mettere mano alla rivalutazione dell'opera di mio nonno... A volte mi viene davvero voglia di creare, prima o poi, un museo dei Gazzone che sarebbe anche una ampia documentazione storica della Vercelli che fu....».

 

Con queste parole ci accomiatiamo da Carla Gazzone, dalla sua casa che conserva il patrimonio di due generazioni di artisti. Da parte nostra, come Famija Varsleisa, abbiamo dato il nostro contributo nel ribadire un'attenzione dovuta ad un protagonista del secolo appena trascorso. Semplici assaggi di un "giacimento culturale" che le istituzioni pubbliche dovrebbero portare alla luce. Un museo? Potrebbe essere un sogno destinato a rimanere tale, oppure una opportunità da cogliere.

 

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