IL BICCIOLANO
e
le Maschere della Provincia
|
|
Il Bicciolano veste un costume settecentesco di panno color marrone chiaro, guarnito di giallo, su cui fanno spicco alamari di pretta origine militare. Il farsetto è verde pastello, le calze a righe bianco-rosse, le scarpe nere con una grossa fibbia d’argento ed i tacchetti rossi. Il tricorno porta una rosetta tricolore, la parrucca un codino non lungo ma uncinato. |
Un tempo, molto, molto lontano, dove oggi è Vercelli non v’erano che pascoli e cedui boschi che digradavano dolcemente in un verde cullato dall'acque dei Sesia
Poi d’improvviso sorse Vercelli. Prima quattro case sparute, poi un piccolo villaggio, un borgo e infine…..la Città.
E con la Città la sua Gente. Gente nata alla lotta ed alla fatica. gente semplice, gente onesta, gente orgogliosa. Gente che da sempre porta nel cuore il Bicciolano.
Il Bicciolano è l’estrinsecazione dei loro sentimenti e delle loro aspirazioni. Nel Bicciolano i loro dolori e le loro gioie. Nel Bicciolano la loro storia
Ecco perché diciamo che il Bicciolano prende vita direttamente dal popolo circonfuso da quell’intimo senso poetico che sa trasportare ciò che è arido e strettamente storico nella magica realtà della leggenda.
Il Bicciolano prima che leggenda è storia, e prima che maschera: uomo.
Un uomo amato dal popolo che con quel nomignolo vuole dirgli tutto il suo affetto perché vede nella sua azione la propria azione e sente nelle sue parole le proprie parole.
Un uomo che La leggenda e le cronache del 1790 ricordano come: CARLIN BELLETTI detto il "bicciolano".
Riportiamoci, dunque, a quei tempi.
La Rivoluzione francese batte alle porte del Piemonte e Vercelli è governata da una classe privilegiata che impone gravi tassazioni alla popolazione e che spadroneggia indisturbata e indisturbabile in Città.
La più forte animosità contro i1 prepoleri del privilegio è a Porta Milano e il portavoce degli abitanti del Borgo – come allora veniva chiamato quel rione – è, appunto, Carlin Belletti.
Carlin Belletti si elevò in difesa dei diritti del popolo, ma, come ogni voce nuova che allora si alzava netta e precisa per denunciare i soprusi in nome della Giustizia Sociale, venne arrestato e rinchiuso nel castello di Ivrea.
Dopo 28 giorni di prigionia, anche per l’intervento di Gio. Ant. Ranza presso il ministro Granari, fu liberato e ritornò a Vercelli dove fu accolto con onori trionfali.
Con quel ritorno si iniziò una lotta aperta fra i fautori di.
quell'antico ordine di cose ed i precisi novatori; fra realisti e repubbLicani, finché, dopo nove anni di lotte continue, il re Carlo Emanuele fu costretto a cedere il Piemonte alla Francia e anche a Vercelli, nel dicembre del 1798, arrivò la Repubblica protetta e tenuta in piedi dalle baionette francesi.
Ma gli apportatori di «Libertè - Fraternitè - Egalitè... lur an carosa e nui a pé» non seppero donarci altro che il solito gravame di tassazioni, di perquisizioni, di disordine e di corruzione.
E’ l’anno 1809.
Sull’area del Mercato Vecchio, terreno comunale, i fratelli Nigra, seguendo un'antica tradizione, hanno allestito il loro teatrino in occasione della Fiera di Agosto.
La gente, già, ha preso posto sulle panche stese nel recinto e, già, sono state accese le candele di sego della ribalta, quando i fatidici tre colpi fanno aprire le tende del sipario su un profondo inchino del burattino.
Il suo costume è quello di un borghese della seconda metà del’700. Nella mano stringe un tricorno e portandoselo a petto:
Mi son ‘na maschera nova
son nassi ‘nti si travaià
e j port i culur dla nostra Sità
Am crédu ‘n povar tutulu
e tûti ‘n tribûlu
mi…. j lass ch’ai fassu
son tatnt mè vui-autri
jù ‘mparà supurtè.
Ma se m’ sëcu la gloria
jà scatt mè ‘na mola
m’ lass nen maltratè.
Son tant mè vui-autri:
j son....BICIULAN !
In quelle parole i vercellesi ritrovarono se stessi. Ecco perché si scatenò una bufera di applausi. L’urlo delle acclamazioni divenne assordante: e continuava, continuava sempre. Non cesso nemmeno quando il sipario scese su quel burattino che,ben saldo, allargava le braccia in un ideale abbraccio fraterno.
Ma la sua vita durò quanto quell’applauso o, forse, un po’ di più nel ricordo. Una mano francese l’aveva gettato, là, in fondo ad una cesta, in un groviglio di fili, tra tante altre non inutili teste di legno.
Da allora del Bicciolano non si sentì più parlare sino al marzo del 1849, quando, all’improvviso, appare a cassetta di un landò, offerto dall’Amministrazione dell’Ospedale Maggiore, per raccogliere «lingerie e denari» per i soldati feriti che ritornano dopo la sconfitta di Novara.
E fa bottino:
338 rasi di tela
265 lenzuola
2228 camicie
e fazzoletti e scarpe e bende e filaccie che Bicciolano (nella persona di Carlo Petoletti) consegna a suor Antonietta Collier superiora dell’Ospedale di Carità.
E quando, nel 1859, il Piemonte chiama i suoi figli migliori anche il Bicciolano lascia la sua Città.
La lascia, così, come tutti, con la gioia nel cuore e, cantando la "Bela Gigugin", passa il ponte del Sesia. Nella canna del suo fucile c’è un fiore rosso che gli ha donato la sua Majin.
Molti suoi fratelli tornarono. Ma lui non tornò. Il piombo austriaco, laggiù, vicino a Magenta, gli aveva aperto un fiore nel petto. Un fiore rosso: rosso come quello della sua Majin.
Nella seconda metà del XIX° secolo, quando le maschere abbandonano la staticità delle scene della Commedia dell’Arte o dei teatrini dei burattini per acquistare quel carattere tipicamente regionale e quella vitalità che le ha sapute portare intatte sino ai giorni nostri, ritorna il Bicciolano.
Ritorna. come maschera, per identificarsi con il Carnevale E intorno a Lui si svolse, nel 1881, il primo dei nostri famosi Carnevali, tanto famosi che il Corriere della Sera commentando quelle nostre feste ebbe a scrivere: "benedetta quella città che sa divertirsi con tanto bel garbo!".
Per molti anni il Carnevale visse per il Bicciolano e il Bicciolano trovò in esso la sua ragione di vita. Ma, come tutte le cose di questo mondo, con il tempo, anche il carnevale si trasforma.
Si trasformò in una inutile e semplice festa e i Bicciolano non volle più scendere, come ogni anno, tra la sua gente.
Ripose, forse con una lacrima agli occhi, il suo vestito più bello nel suo vecchio baule e rimase, lassù, nel suo dorato castello abbarbicato sopra una nube, lontano da quello che non era più il suo mondo.
Dopo la parentesi bellica, ricompare il Bicciolano. Dapprima timido, in una fugace apparizione in occasione della 1ma Mostra delle Attività Economiche, per poi esplodere nella rinnovata tradizione del Carnevale.
Nel Carnevale Benefico il Bicciolano ha ritrovato se stesso e in Lui, la sua gente, ha ritrovato la voce di quell’ Uomo, l'orgoglio di quel burattino e il cuore, il grande cuore del Suo Bicciolano.
Il Bicciolano è la caratterizzazione tipica del medio borghese colto e conscio della sua cultura, ma semplice, modesto e cristallino.
Vanta con orgoglio, gloriose tradizioni militari. E’ amante dell'allegria, ma mai licenzioso né volgare. Il Bicciolano è arguto, impulsivo e soprattutto imprudente nelle sue puntate politiche, anteponendo, sempre, ai propri interessi personali, gli interessi della Città e della sua gente, confortato da un alto e preciso senso della Giustizia Sociale.
Il Bicciolano buono, munifico e sempre pronto a tendere una mano in aiuto. Il Bicciolano ama ed è riamato dalla sua gente che vede in lui la parte migliore di se stessa.
Questo è il Bicciolano. Questo è quel Bicciolano che abbiamo visto sorridere, felice, Legato ad un girotondo di bimbi; quel Bicciolano che ha riso e che ci ha fatto ridere, che si è commosso e che ci ha fatto commuovere: quel Bicciolano che ha pianto e che ci ha fatto piangere.
Quel Bicciolano infaticabile che ha portato una parola di conforto, un dono, un aiuto a tutti i poveri, a tutti gli infermi, a tutti gli assistiti.
Quel Bicciolano dal cuore grande cosi che ogni anno veste il suo vestito più bello per portare alla sua gente il suo trepido messaggio d'amore e di fraternità.
a cura di VALERIO FOSSATI
Ai
tempi in cui Santhià non portava ancora, e con tanta disinvoltura, l’accento
sulla A, Papa Alessandro VI° Borgia, aveva indetto il Giubileo e tutte le
città italiane e straniere s’erano affrettate all’Urbe per ricevere il
"gran perdono".
Proprio tutti però no, perché la corte di Re Cicioncio I° signore di "Sancthae Agathae" e dintorni, per espresso suo ordine non s’era mossa dai dorati saloni dei Maniero.
Per lenire ai cortigiani il tormento delle anime peccatrici che non giubilavano, Cicioncio I°, aveva pensato di divertire i loro corpi dando un gran ballo al Maniero.
E il popolo? Il popolo pagava i bagordi del Re, soffriva e cospirava: cospirava, quel poco che basta, perché si sapesse che soffriva, "in silenzio", ogni sopruso.
Il borgo di Santhià aveva potestà sopra una buona plaga di contado ove fiorivano masserie, ville e case campestri di Signorotti. Due di questi cascinali, posti proprio ai confini del Reame, erano la "PLISERA" e "’L PAN PARDÙ", dove tra gli altri contadini v’erano due giovani: Stevulin e Majutin che si erano scambiati promesse di nozze.
E il giorno fatidico del gran ballo, avvenne che si sposarono: e come era tradizione, partirono, in un calesse parato a festa, trainato da un ciuchino, alla volta del Borgo per trascorrere tre giorni di luna di miele.
Era. L’imbrunire, quando il ciuchino, col suo carico, arrancava, ormai stanco, sull’acciottolato della via Longa, attorniato da alcuni villani che suonavano e cantavano.
Quella musica si insinuò nelle case e prima un abbaino, poi una finestra e poi una porta si dischiusero e tutti i santhiatesi uscirono nella via. Unirono, chi per pura gioia e chi per fare ripicca all’odioso Tiranno, i loro canti e i loro balli a quelli dei villani, e se ne andarono, così, per le vie del Borgo trascinando con loro il povero "Stevulin ‘d la Plisera" e la bella "Majutin dal Pan Pardù " che non vedevano, forse, che l’ora di trovare un po’ di solitudine e di riposo.
Quel clamore, però, salì fino al Maniero. Cicioncio I° si stupì dapprima, poi s’infuriò, e impallidì infine….. che era? Una rivolta?!
Chiamò a sé i suoi sgherri – Mandò le spie – Gli si riferì – Tirò un sospiro do sollievo…. e, non volendo essere da meno, ordinò ai cospiratori più incalliti (tanto per distrarli un po’) di provvedere affinché‚ in Santhià si avessero tre giorni di feste in onore dei giovani sposi e in segno di comando, e anche per non perderli di vista, impose loro una berretta rossa. Affidò, poi, il suo scettro e la sua corona allo stupefatto Stevulin, e nella notte stessa, per le vie del Borgo, illuminate a giorno da mille e mille torcie, Cicioncio,popolani e popolane, nobili e dame, cospiratori e cospiratrici diedero vita ad un magnifico "curanton" che terminò solo tre giorni dopo…. quando, spentesi le torcie, "Sanctha Agatha" si ritrovò stanca e accaldata nel profondo buio delle notti di sempre.
Da allora quelle Feste si rinnovarono ogni anno, e , ancor oggi,a Santhià, puntuale come sempre, arrancano sull’acciottolato della via Longa, ritorna quel ciuchino col suo carico d’amore e di gioia.
Gli
storici collegarono, sempre, la fama di Trino a quella del Capitano di ventura
Cecolo Broglia, e Trino quando, nel nuovo rifiorire delle manifestazioni
carnevalesche, ebbe a scegliere un personaggio che celebrasse il carattere della
sua gente e le glorie della Città, non seppe trovarlo in altri che in Cecolo
Broglia.
Cecolo Broglia nacque a Trino intorno al 1352. Ma la storia si interessò a Lui solo a cominciare dall'anno 1386, quando, ormai potente capitano acquistò fama nelle giornate delle Bretelle, in cui fu l’artefice principale della vittoria padovana contro i veronesi.
Successivamente combatté sotto le insegne dei Visconti, quale Capitano Generale degli eserciti milanesi; e celebri furono le gesta da lui compiute nel 1391 durante la guerra contro Firenze, nel 1394 nel condurre l’assedio a Lucca e ancora nel 1397 quando combatté, nuovamente, contro i fiorentini e "li ruppe", togliendo loro, poco dopo, anche la rocca di Givitella.
Nel 1398, volendo il Papa Bonifacio IX° rivendicare il giusto e antico possesso di Perugia e di Assisi, onde porre fine alle lotte sanguinose delle fazioni e delle tirannidi, chiamò il Broglia al suo servizio e gli comandò di porre l’assedio ad Assisi. Gli Assisani si prepararono alla difesa della città, celebre per le sue inespugnabili rocche, ma il trinese con un abile colpo di marno riuscì a prendere prigionieri "gran parte di armati con cavalli e salmerie". Assisi inviò, allora, due frati minori ad implorare clemenza e la restituzione dei prigionieri. Il Capitano commosso dalle ragioni e dai sentimenti espressi dai fraticelli di S. Francesco restituì i prigionieri e quanti prima aveva tolto e impegnò la sua fede che non avrebbe.recato altre molestie alla città. Assisi doppiamente conquistata e dalle sue cavallerie e dalla sua generosità, lo invitò ad accettare la Signoria della città, cui il popolo lo acclamava. "Giunto alle porte, fu accolto da una rappresentanza di cittadini, quindi, postosi in testa ai suoi millecinquecento cavalli, entrò fra due ali di popolo plaudente e si recò a pigliar possesso del Palazzo della Signoria, dove gli venne conferito il titolo di Capitano Generale e Gonfaloniere della Città".
Ma tra le tante imprese di Cecolo Broglia, una sola, è rimasta più viva nel ricordo di Trino. Un’impresa che ben presto divenne una favola.
Una favola bella che narra di una Castellana, dai lunghi capelli dorati, tenuta prigioniera tra le perfide mura del castello di Camino, e di un cavaliere, forte e generoso, che, un giorno, seguito da una piccola schiera. di armati, assaltò la terribile rocca per ricondurre, libera, in un tripudio di gioia e tra lo scampanio festoso di tutte le campane di tutte le torri, la bella castellana nella sua Trino.
Una favola bella che, a Carnevale, rivive in Cecolo Broglia e nella Castellana che ritornano in Città per riportare quella nota di festa e di gioia in ogni contrada, in ogni casa e in ogni lembo della generosa terra trinese.
Sin
da quando Varallo era ancora un piccolo borgo arroccato su quello sprone che
domina la confluenza del Sesia e del Mastallone, i varallesi erano, già, noti
con l’appellativo di "Mecchi".
É mecco chi ha le gamhe storte e, mecchi furono tutti, sebbene tale difetto anatomico non risultasse particolarmente diffuso tra i nativi.
Varallo, però, col tempo si estese. Pian piano dilagò fino a valle e il Mastellone, un giorno, si trovò a dividere, con le sue limpide acque, la Città in due distinti rioni: Varallo vecchio e Varallo nuovo.
E con la Città si differenziarono anche i Mecchi ed ebbero, così, origine: i "dughi" e i "falcheutt".
Il "dugu" è una sorta di gufo e il falchetto è il predatore tipicodelle montagne della Valsesia che, pur celando il suo nido tra le più alte cime, non disdegna di scendere, fulmineo, sin giù a fondo valle.
Dughi, perciò, vennero detti gli abitanti di Varallo vecchio, ancora appollaiati, lassù, sullo sprone e falchetti quelli di Varallo nuovo.
Furono i Dughi, i primi, a festeggiare il Carnevale, seguendo chissà quale antica tradizione.
Idearono la "Mamma dal Carlavee", una specie di virago fonte di ogni vizio e la chimarono "Veggia Pasquetta".
La Veggia Pasquetta teneva tra le braccia un "fantolino", e scendeva in Città, il giorno dell’Epifainia. Nello stesso giorno veniva giudicata "coram populo": se ne dicevano le malvagità e alla fine la sentenza la condannava, come ogni anno, alla morte sul rogo.
Il fantolino, però, si salvava. Era affidato ad una prosperosa balia e alla sera, dopo che sul greto del Ma stallone era stata fatta giustizia, veniva portato in trionfo tra le mura della Città.
Era il carnevale appena nato: la speranza nelle feste future.
I "Falcheutt" non tardarono a dare un nome a quel fantolino, lo chiamarono Marcantoniu. Marcantoniu crebbe, divenne un falchetto di origine dughiana e un giorno fu Re: Re dei Mecchi, la maschera di tutta Vrallo.
E come ogni Re che si rispetti ebbe una Corte: un gran ciambellano, i ministri, un capitano, la guardia del corpo e….. una reqina: S.M. serenissima la Cecca.
Son passati molti e molti anni da allora, ma, ancor oggi, a Carnevale, Re Marcantonio.governa la sua città.
La governa con saggezza e bontà perché conosce le fatiche, gli affetti, le lotte, le gioie, le delusioni e i dolori della sua gente; perché guardando o l’indimenticabile azzurro del suo cielo, o la limpidezza cristallina delle acque dei suoi fiumi e dei suoi torrenti, o il verde tenue dei suoi boschi pezzati di piccoli prati, non può che nascergli in cuore un profondo senso di serenità e di tenerezza, e tanto, tanto bisogno di fare del bene.
Si! Tanto bene e a tutti.
Sua Maestà Marcantoniu Carlavee porta una redingote rossa su un gilè bianco con bottoni dorati. La cravatta a farfalla è azzurra (il colore della città); i pantaloni sono verdi, le calze a strisce bianco-rosse; le scarpe hanno fibbie e nastri rossi. Il cilindro è, pure,rosso con un nastro azzurro.
Sua Maestà serenissima la Cecca veste, invece, alla stuarda. Un manto di velluto blu, ornato con una civettuola pelliccia bianca, le copre un abito rosso su cui fa spicco, ricamato sul petto, lo stemma di Varallo. Sulla corona d’argento, che le cinge il capo, sono raffigurati, vicini, l’immancabile "Dugu" e l’altrettanto immancabile "Falcheutt".