Morire dal ridere. Ridere a crepapelle: ma sì, cerchiamo di prenderle al volo le occasioni per farlo, anche cento volte al giorno. Infatti la saggezza popolare, che a volte le spara grosse, ogni tanto ne imbrocca una: così il proverbiale riso che “fa buon sangue” trova oggi conferma scientifica. Secondo la psico-biologia del senso dell’umorismo, definito “il settimo senso” da fior di psicologi clinici, la risata ha proprietà terapeutiche, rinforzando il sistema immunitario. Bene bene: la Sanità giocherebbe al risparmio se nei prontuari comparissero le categorie del comico. Spetterebbe loro un posto d’onore, in virtù della gratuità e della carica disintossicante dai veleni quotidiani e dalla depressione. Veramente se ne sono accorti in tanti da millenni, senza averlo magari filosoficamente troppo indagato, come ha poi fatto Bergson, o senza intuirne la rilevanza per il comportamento individuale e sociale, almeno prima di Freud. Se la letteratura umoristica in Italia anche oggi scarseggia di protagonisti, al contrario l’immagine caricaturale è coltivata da una nutrita cerchia di talenti. Non c’è argomento che sfugga alla loro vena dissacrante: essa affonda il bisturi nella carne viva di tutti, suscita talvolta lamentele, polemiche, proteste.
Anche se le tecniche di realizzazione si evolvono grazie alle nuove tecnologie, contendendo il primato al pennello, alla matita, al pennino intinto nella china, al pastello - in grado però di resistere egregiamente - è pur vero che la parola d’ordine della caricatura continua a essere “esagerazione”: infatti l’iperbole, uno degli stilemi tradizionali dell’umorismo, insiste sulla deformazione graffiante perché la più piccola magagna solo se ingigantita può saltare fuori.
Si tratta di riconoscere da parte del pubblico quanto l’artista ha percepito con un brillante scatto d’anticipo.
Del resto la libertà espressiva della caricatura, specie quando si colora di un bel po’ di cattiveria, diverte perché si permette la stessa licenza delle barzellette, meglio ancora delle vignette, iconiche figlie delle antiche facezie. Di quel motto di spirito, fin dalle origini, capace di liberare dagli impulsi inibitori e dall’aggressività, altrimenti riprovevoli e socialmente disastrosi. Si legittima “il mondo alla rovescia” del carnevale, in cui le caricature di cartapesta rappresentano lo sfogo del sentire popolare e il suo bersaglio preferito, quello del potere, costretto ad accettare la beffa della caricatura, meno pericolosa ma impregnata di una denuncia altrettanto abrasiva.
Il sale della democrazia.
La caricatura ha dunque una funzione civile. Spesso il linguaggio di cui dispone è analogo a quello della satira, che conta su una condivisione alta, sull’immediatezza di lettura, forte dell’autorevolezza di un valore artistico unanimemente riconosciuto.
Come si ha modo di costatare attraverso i numerosi lavori anche quest’anno pervenuti dall’Italia e da tutte le parti del mondo, in occasione della manifestazione vercellese. Caricature divertenti, per acume critico e psicologico. Con tecniche disparate raggiungono efficacia cromatica in una grammatica formale matura, sia quando il disegno si sbizzarrisce con una trama di segni più fitta, più fantasiosa, più pittorica insomma, sia quando invece risulta “pulito”, grazie a pochi tratti essenziali. All’apprezzamento di entrambe queste scelte stilistiche ci hanno abituato la grafica pubblicitaria e i quotidiani, su cui la caricatura a volte la fa da padrona, rivelando quelle doti di originalità che tutti siamo in grado di riconoscere.
Va poi rimarcata, negli ultimi anni, la partecipazione consistente di caricaturisti provenienti da alcuni paesi europei finalmente affrancati dai lacci di vecchie forme censorie.
Inoltre tra i segnalati prescelti dalla giuria dell’attuale edizione ricompaiono Pawel Kuczynski (con Sun a tema ecologico) e il montenegrino Darko Drljevic (con Striptize, lavoro ispirato al mondo della lap dance rivisitato in chiave zoologica), rispettivamente primo e secondo premio nel 2006.
Indice questo di una consuetudine che qualche cosa vorrà pur dire sulla considerazione di cui ormai gode la Biennale.
I temi preferiti dai vincitori del 2008 sono, come sempre, vari: essi riflettono ironicamente sulla giustizia e sulla legge (a Law di Andrea Bersani, caricatura di grande intensità, il primo premio), come sull’emergenza economica che investe crisi dei cereali e rincaro del pane (la caricatura dell’ucraino Kosobukin).
D’altra cifra Mona Lisa’s Smile: humour typically british dell’inglese Dave Connaughton: sono contrapposti il divino Leonardo e la Gioconda, lì sul cavalletto, alla sua maliziosa modella, in fregola per una scultura atletica che le sta accanto. Insomma più che Monna Lisa e il genio, Monna Lisa e il palestrato.
A far scendere dal piedistallo i grandi “monumenti” storici ci pensa anche Carlo Bartolini: in 12 ottobre 1492 disegna il piede di Colombo sul nuovo suolo facendogli pestare non l’agognata terra, ma un americanissimo chewing gum.
Impossibile purtroppo soffermarsi qui sulle altre caricature, tante e tutte argute, spassose, graficamente raffinate, ricche di ogni genere di humour, compreso quello nero: ma eccole lì, da gustare nel corso dell’Esposizione e in queste pagine.
Infine se lo scopo di una caricatura riuscita è quello di indurre soprattutto a pensare facendo ridere o sorridere, la questione deve ben essere di una certa importanza: altro che il derisorio “roba da ridere”.
Da questo punto di vista la Biennale 2008 ha fatto centro un’altra volta.
Ai caricaturisti, come agli artisti in genere, bisogna dare retta perché «chi non ride mai non è una persona seria».
Parola di Fryderyk Chopin. Da prendere alla lettera.
Luisa Facelli