Questo 2002 ci trova tutti un po’ frastornati. Certamente a livello italiano, con la crisi strisciante, l’Euro che non ingrana ancora nelle nostre abitudini, ma soprattutto a livello internazionale, con la crisi di fiducia delle borse quando si è scoperto che la New Economy era più che altro il solito banditismo di faccendieri senza scrupoli, ed ora con i venti di guerra in Iraq. Ecco che anche gli artisti dell’umorismo e della caricatura hanno registrato questa stagione di stallo, come se la famosa polvere di Manhattan non si fosse ancora posata del tutto. L’11 settembre è quasi assente dalle tematiche trattate, annoveriamo un’unica opera che fosse all’altezza di essere esposta. C’è comunque come un pudore comprensibile a “sorridere” di un dramma così enorme. Gli umoristi, al contrario degli israeliti deportati nella Babilonia biblica, non hanno certo appeso le cetre, ovvero i lapis, però certamente non se la sentono di “dissacrare” ground zero. In tema socio-politico, invece, risalta in modo particolare la “sporca guerra” che oppone ancora israeliani e palestinesi, dopo l’illusione di una pace possibile. Una pace che sale come una preghiera dalla delicata opera dell’Indonesiano Jitet Koestana, classificatosi al terzo posto o che urla dal Golgota come in “Cronaca dalla Terra Santa”, dell’italiano Oscar Agus dove Sharon e Arafat sono legati insieme sulla croce, schiena contro schiena. Un dolore che ritroviamo in una vignetta un po’ criptica, se non si conoscono le date dell’Olocausto perenne che insanguina la Palestina, dell’Israeliano Michael Tetievski.
Il filone sociale continua con un’efficace allegoria di un certo tipo di globalizzazione, che Mario Magnatti, Premio speciale della giuria, raffigura con un globo traboccante dollari, euro, yen e altre banconote di un verde insultante su cui si espande il “cancro” dell’Africa, presa a simbolo delle povertà mondiali.
L’impegno non manca, quindi, nel solco di una tradizione ben salda e che le precedenti edizioni hanno evidenziato con punte significative. Oggi però ci si rifugia più spesso nella grafica o nel citazionismo. Il vincitore della 13ª Biennale, infatti, l’italiano Angelo Giannini con “Un po’ di riso al coniglio”, rivisita il fantastico mondo di Alice con una venatura horror. Il valore dell’opera è certo nella resa pittorica e allo stesso tempo cartoonistica. Il talento di questo artista è confermato dalla magistrale caricatura di Totò. Il secondo premio è anch’esso svincolato dal clima storico-politico. Gianni Audisio si è cimentato con un lavoro estremamente grafico che ha colpito per la linearità ed efficacia immediata. Sfizioso e ancora citazionista è pure l’omaggio a Andy Warhol e alle sue zuppe Campbell dello stesso Audisio.
Dalle opere segnalate si evincono poi altri temi, quello ambientale di Chiorean Cornel-Marin, artista rumeno che immagina il “Turismo ecologico” a modo suo, con lo sbocco in mare di una cloaca umana in cui ritroviamo il nodo della sovrappopolazione, le città ormai a “dismisura d’uomo” e anche l’umanità ingorda vista come “malattia” che assale ciò che resta della primitiva purezza della natura. Anche il bielorusso Andrei Puchkaniou si affida a un’opera molto grafica, per molti versi simile a quella di Audisio, quantomeno per la lumaca, che negli ultimi anni ha assunto anche un’ambiguità di significato, essendo come noto la @ chiocciola uno dei simboli di Internet e della virtualità. Danilo Paparelli, dal canto suo, celia con gusto e capacità di sintesi su uno dei drammi della nostra epoca, l’incomunicabilità e la rottura della coppia. I colori del Brasile, infine, ci vengono dall’opera di Carlo Augusto R. Nascimento, che sorride sulla “piaga” della prostituzione, adombrando forse che con la regolarizzazione del fenomeno si possa anche giungere a prestazioni “a la carte”.
Il resto delle opere selezionate per l’esposizione si muove all’incirca su queste direttrici.
Tornando alla fotografia del mondo post-twin towers, il pubblico potrà farsene una tutta personale, ma crediamo che sia evidente, come si diceva prima, che l’attesa di qualcosa di cruciale blocchi un po’ le ali della fantasia e la voglia di sorridere, magari acidamente, ma pur sempre sorridere. O, se non altro, sproni a cercare fonti d’ispirazione al di fuori della politica e dell’impegno sociale.
Va da sé che queste note non sono verbo assoluto, ma solo una lettura che è comunque parziale, ma potranno essere utili magari fra qualche anno, come illuminanti sono tutti i contributi critici ed i commenti che abbiamo trovato nei cataloghi sfogliati all’indietro negli anni per la realizzazione di un video che è, assieme alla retrospettiva dedicata a Pietro Ardito, un segno di come questa creatura della “Famija Varsleisa” sia sempre in grado di trovare nuovi modi di intrigare e far riflettere, proprio nell’edizione che vede il ritorno nella rinnovata struttura del “Santa Chiara”.