10ª BIENNALE di CARICATURA

Un ritrattino carico anzi una caricatura...

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Nata a Vercelli negli anni settanta dall'idea di alcuni concittadini, la mostra biennale della caricatura è stata subito adottata, con grande entusiasmo, dalla Famija Varsleisa, da sempre promotrice e sostenitrice di tutte le iniziative che animano la vita vercellese e propongono la nostra città all'attenzione del mondo. La "Famija" era presieduta, fin dalla costituzione, da Carlo Ranghino, sempre molto attento alla promozione cittadina. Ritengo che la scintilla sia partita dall'amico Francesco Leale, valente caricaturista sul piano nazionale, reduce da varie esperienze in questo campo: da Trieste, nei primi anni del dopoguerra, fino alla solenne consacrazione di Tolentino.

Accanto a questi, con meriti non certamente inferiori, collaborarono con il massimo entusiasmo: Guglielmo Radice, allora direttore dell'ENAL, uomo d'intraprendenza e di gusto, Enrico Villa, attualmente direttore del noto mensile dell'Ente Risi, edito a Milano, Walter Nasi, il giornalista vercellese più continuo, rigoroso e coerente del dopoguerra che fu, particolarmente per le ultime edizioni del concorso, l'infaticabile coordinatore, oltre che l'abile regista. Purtroppo scomparso nella primavera dello scorso anno.

Provincia e Comune, Enti ed Istituti bancari si affiancarono all'iniziativa ufficializzandola e promovendola ancor più con il loro prestigio e il loro sostegno.

La mostra iniziò il suo splendido ciclo nell'austero, ma angusto  palazzo Centori, passando per le successive manifestazioni nel più congeniale Auditorium di Santa Chiara. Oggi, purtroppo, inagibile. Parallelamente, a prezioso coronamento di questo concorso, nelle prime edizioni, furono allestite indimenticabili mostre antologiche di alcuni dei più grandi e rappresentativi maestri della caricatura italiana. Pdrini e testimonial di questa grande iniziativa vercellese, che ci auguriamo possa anche in questa edizione eguagliare i grandi successi del passato.

Con il termine caricatura s'intende, solitamente, la comicizzazione di un volto con l'accentuata riproduzione di un connotato più appariscente, ingigantito o deformato senza che la somiglianza ne risenta. Per estensione il vocabolo contempla, nel concetto, anche la vignetta umoristica che rappresenta pur sempre la caricatura di una situazione, di una circostanza o di un fatto politico.

Tutti abbiamo qualcosa più o meno evidente che ci caratterizza. Chi non ricorda i baffoni georgiani di Stalin o la mascellona volitiva del Benito, il sorrisone tutto denti dell'impareggiabile Fernandel, il naso etnico della Streisand e la ciocca paraocchio della celestiale Veronica Lake. Per altri personaggi ci sono caratteristiche aggiunte, imprescindibili, come la scanzonata paglietta di Maurice Chevalier, l'immancabile bombetta di Charlot, l'intransigente monocolo di Erik Von Stroheim, l'insostituibile trench di Humphry Bogart, il pimpante sigarone di Winston Churchill e il carismatico kefiyeh di Arafat.

La satira nella letteratura ha origini antiche. Non antichissime. Possiamo farla risalire all'allegro Aristofane, a Ipponatte, ad Alceo.

Per quanto riguarda il disegno satirico l'origine è ancora più discussa. Quindi incerta. Perciò il discorso resta aperto alla fantasia ed alle congetture. Certamente non arriva dall'uomo delle caverne. Come qualcuno ha supposto. Osservando le stupende pitture paleolitiche delle grotte di Lascaux o di Cougnac nell'incantevole Dordogna o della pirenaica Niaux, nell'ariosa valle dell'Arriège o quelle mirabili della cantabrica Altamira, si percepisce solo la volontà ed il diligente sforzo di riprodurre il più fedelmente possibile i soggetti ripresi. L'incolto, rozzo cavernicolo non è ancora intossicato dalle mode espressive. La sua mente non cela messaggi. Il suo unico problema è ancora la sopravvivenza. Se notiamo in qualche statuetta preistorica di donna naticone extra large e tette da competizione, non sono esagerazioni caricaturali. Arguzie inconcepibili, per quei tempi. Ma solo l'istintiva evidenziatura di quelle eccitanti decorazioni che costituiscono, da sempre, i golosi richiami della femminilità. Così era per nostri predecessori del Paleolitico, come per gli scapestrati galletti delle balere odierne.

La pittura è nata come istintivo desiderio di ritrarre qualcosa che colpisce la fantasia. Quasi sempre un animale. Come succede tuttora ad un bambino. Se gli date una matita: disegnerà sicuramente un cane, un cavallo o il gatto di casa, cioè quello che gli piace o lo interessa maggiormente. Lo faceva istintivamente anche Giotto, pastorello analfabeta, ritraendo la sua pecorella preferita, prima del casuale e fortunato incontro con uno sponsor d'eccezione, come Cimabue.

Non c'è dubbio che l'uomo abbia successivamente usato, nella propria evoluzione, questa sua capacità anche per scopi religiosi, propiziatori, scaramantici. Per questo ritengo che le prime satire pittoriche compaiano nella divertita ironia delle giulive decorazioni di alcuni vasi dell'antica Grecia. E ci ritroviamo, più o meno, ai tempi di Aristofane, di Menandro, di Archiloco, con ridanciane rivisitazioni dissacranti (come si dice oggi) di qualcuno dei più popolari miti della fastosa politeistica pagana.

Tutto ciò per sottolineare come la satira sia nata e si sia evoluta, contemporaneamente, nella letteratura e nelle arti figurative. Le due massime espressioni dell'ascesa culturale dell'uomo, che hanno percorso i millenni in un parallelismo virtuale, esprimendo tutte le prodigiose tappe del progresso.

Dopo tutti i grandi temi della mitologia, le rappresentazioni delle tonificanti beatitudini dei santi, delle serafiche estasi delle martiri, di spavaldi eroi e di cortigiane incandescenti, qualche artista, per stizza contro un personaggio ossessivo od un capoccia troppo minuzioso, ha abbozzato, con rapidi tratti, uno schizzo vendicativo della fisionomia d'una persona antipatica. Trasgredendo ai canoni estetici della propria arte. Forse solo una rivalsa. O un divertissement. In effetti: la caricatura. 

Probabilmente anche Gian Lorenzo Bernini si comportò così quando abbozzò la celebre caricatura d'un capo maresciallo del Papa. Però non ne era il precursore in assoluto. Già Leonardo aveva abbozzato alcune teste con lineamenti grotteschi, ma la maggior parte degli studiosi è piuttosto propensa a considerarli studi di fisionomie per personaggi dei suoi affreschi.

Si riscontrano invece lavori caricaturali in opere di Lucas Cranach il Vecchio, ma soprattutto di Annibale Carracci, circa un secolo dopo, nei suoi "ritrattini carichi" da cui avrà origine il vocabolo "caricatura".

In tali periodi e nei successivi, diversi pittori eserciteranno queste forme caricaturali, ma saranno applicazioni piuttosto saltuarie e marginali. La pratica della caricatura, che diffonderà un nuovo modo di satira, comincerà con la conquista della libertà di stampa e conseguirà il massimo del suo exploit nell'ottocento con l'apparizione dei grandi settimanali umoristici.

In Inghilterra inizierà già nel '700, dove troverà la sua ambientazione più consona nel campo della politica, con le opere di Hogart, di Rowlandson, di Gillray e di Cruikshank, oltre al celebre Leech, emblematico collaboratore di "Punch", il più grande giornale umoristico britannico.

Nella Francia estroversa appaiono leggendari giornali satirici come "Caricature" e "Charivari", privilegiati dallo splendido talento di Honoré Daumier e dalla collaborazione dei mitici Charles Philipon e Paul Gavarni, al secolo Sulpice G. Chevalier. Poi altri eccellenti artisti come Caran D'Ache, pseudonimo di Emmanuel Poiré, fino ai più recenti tra i quali non possiamo ignorare il popolarissimo Peynet, creatore dei delicati, eterei fidanzatini. Seguono nuovi giornali satirici di valore come il "Journal pour rire", "Silhuette" e nel 1915, il tuttora vitale "Le canard enchainé" a perpetuare la colta e raffinata tradizione dell'umorismo d'oltr'alpe.

Contemporaneamente anche nella scrupolosa terra tedesca si va sviluppando la grande vena satirica che ha coinvolto il vecchio continente. In Germania nascono bellissimi giornali umoristici come il "Fliegende Blatter" o il "Kladderattsch" cui seguirà il famoso "Simplicissimus", che avrà la collaborazione di Olaf Gullbranson, e vedrà la luce nel 1896 a Monaco, nella romantica terra di Baviera. Per la testata, sicuramente gli editori si sono ispirati al personaggio di un noto romanzo picaresco di fine seicento "L'avventuroso Simplicius Simplicissimus" di Christoffel Grimmelshausen. In quel periodo di febbrili fermenti culturali e di latenti malumori sociali, non potevano mancare artisti con elevate propensioni satiriche. Non difettavano gli argomenti più esplosivi: l'onnipossente lobby della grande industria, l'inflessibile rigore del militarismo ed il minaccioso malessere del proletariato, sollecitato dalle nascenti filosofie casalinghe di Engels e di Karl Marx che, dalla Germania, sciabordavano ormai per l'intera Europa.

Possiamo citare, seppure a caso, grandi nomi come Whilelm Busch, Otto Dix, uno dei massimi esponenti dell'espressionismo tedesco e tra i fondatori storici della"Nuova oggettività". Ma dobbiamo ricordare, in special modo, la spietata, implacabile satira alla smaniosa e straripante borghesia tedesca ed alla intransigenza del militarismo da parte dello scatenato George Grosz, uno dei più validi artisti germanici, rifugiatosi negli Stati Uniti ai tempi dell'avvento Hitleriano.

Vediamo poco, e meno sappiamo, della satira per quanto concerne gli Stati Uniti, se non qualche stralcio occasionale o una ripresa di riferimento nelle pagine letterarie di qualche quotidiano nostrano.

La lontananza e la carenza d'informazione e di testi antologici, da noi lasciano spalancata un'enorme lacuna culturale, su questa affascinante tematica, non solo per quanto si riferisce all'America, ma anche per quanto riguarda paesi dell'Europa e l'Italia. Pare quasi di percepire una generica tendenza a considerare la pubblicazione umoristica un genere di consumo immediato. Una specie di usa e getta.

Insomma uno spasso effimero per vuoti di immaginazione.

Gli USA hanno accolto prodigiosi artisti europei, e il già citato George Grosz, che hanno scelto di esercitare il proprio talento nella vastissima fascia intellettuale del nuovo mondo: è il caso del lituano Ben Shahan o dell'apprezzatissimo Saul Steinberg, rumeno d'origine, laureatosi in architettura a Milano, dove ha anche collaborato al settimanale umoristico "Il bertoldo", prima di trasferirsi definitivamente negli USA. Fra i caricaturisti, americani, credo che il più noto in Italia sia Jack Levine, curatissimo nel disegno e nella distillazione del carattere dei personaggi che ritrae, perché lo incontriamo regolarmente nelle pagine letterarie de "La Stampa".

Nell'Unione Sovietica nasce nel 1922 il "Krokodil", che diventerà il più noto giornale umoristico dell'URSS. Disegnatori eccellenti, grafica superba, lucido come una pistola d'ordinanza. L'antitesi brillante di un concetto democratico. La sua posizione sarà inevitabilmente a senso unico.

La storia della caricatura in Italia segue praticamente quella Europea, che raggiunge il suo apice verso la metà dell'ottocento, convertendo, sia pure part-time, anche grandi pittori.

Nel nostro paese è cominciata nel secolo scorso con una prorompente fioritura di giornali umoristici. Come sempre alla grande.

Purtroppo non disponiamo, come altri paesi europei, di una cospicua bibliografia sull'argomento per tentare un maggior approfondimento. Perciò tanto vale affidarci ai pochi ristagni della memoria.

Nel 1848 a Torino nasce il giornale umoristico "Il Fischietto", diretto dal caricaturista Pedrone, che è anche uno dei fondatori. Annovererà, fra i suoi collaboratori, l'insuperabile Casimiro Teja. Sempre a Torino appare l'anticlericale "Don Pirlone" ed a Milano lo "Spirito Folletto", mentre a Napoli l'"Arlecchino".

Nel 1856, ancora a Torino,esce il "Pasquino", pare sotto l'incoraggiamento di Cavour, nel quale l'opera di Teja ha un ruolo determinante. Pochi anni dopo, nel 1864, compare "La rana" a Bologna e, nel 1891, "L'asino" a Roma, di estrazione socialista, fondato da Guido Podrecca, Lugli e dal celebre Gabriele Galantara, più noto con lo pseudonimo Ratalanga.

A Mantova, Giuseppe Scalarini, uno dei grandi maestri della caricatura, fonda il "Merlin Cocai", usando come intestazione lo pseudonimo del mantovano frate benedettino Teofilo Folengo, vissuto all'inizio del '500, ritenuto il maggior autore della così detta poesia maccheronica.

Ricordiamo ancora il "Codino rosso", il "Bacillo virgola", il"Guerrin Meschino" ed il "Becco Giallo" fondato a Roma nel 1924 da Alberto Giannini, con l'encomiabile intento di opporsi all'invadenza autoritaria del fascismo, costretto a chiudere due anni dopo e riparare in Francia. Dobbiamo segnalare anche il "420", schieratosi incautamente dalla parte sbagliata, ormai sparito anche dalla memoria dei più; il divertentissimo "Marc'Aurelio"; il "Bertoldo", il "Travaso delle idee". Grandissimo è stato il successo del brillante "Candido", edito dalla Rizzoli e diretto dai nostri più noti umoristi del dopoguerra: i due, omonimi e coetanei, Giovanni Guareschi e Giovanni Mosca.

Il primo ha ottenuto anche una vasta accoglienza internazionale per la sua fresca narrativa ed i successi cinematografici dei suoi esilaranti personaggi, don Camillo e Peppone. I due nemici più affezionati della letteratura popolare.

Nella storia del nostro giornalismo satirico incontriamo anche un caso sicuramente paradossale, forse veramente unico, che dimostra la grande forza divulgativa e di proselitismo che può esercitare, in un periodo particolare, un settimanale satirico, anche presso una popolazione notoriamente refrattaria e smaliziata come quella italiana. Il riscontro è storico.

Si tratta di "L'uomo qualunque", inventato dal commediografo Guglielmo Giannini alla conclusione dell'ultimo conflitto mondiale, edito a Roma, con il chiaro intendimento di fustigare l'invadenza e l'eccesso della politica e di esortare i governanti ad una più oculata amministrazione dello stato. Un problema, a quanto pare, costantemente attuale per il nostro paese. Questo settimanale raccolse, in pochissimo tempo, un vasto ed imprevedibile consenso tra la massa degli scontenti, sempre molto consistente lungo tutto lo Stivale, cui si aggregarono nostalgici di una certa caratura, intravedendo una qualche possibilità di rientro.

Venne così a formarsi una larga adesione, ma, evidentemente, senza quella coesione necessaria per un approdo più determinante. Giannini ne approfittò per tradurla in un ampio movimento politico: "Il fronte dell'uomo qualunque", trasformato quasi subito in partito, con cui ottenne un notevole quanto effimero successo alle elezioni per la Costituente del 1946 ed un fiasco clamoroso alle successive politiche del 1948 che spazzò via giornale e partito, lasciandoci in eredità il termine "qualunquismo". Un relitto lessicale che galleggiò per anni nel caotico glossario politico del paese.

L'elenco dei caricaturisti e umoristi italiani è pressoché interminabile. Possiamo citare, tra i tantissimi: Luigi Arnaldo Vassallo che si firmava "Gandolin", il patetico Sergio Tofano in sintesi "Sto", eccellente attore di teatro e di cinema, vignettista e creatore dei personaggi di Bonaventura e Barbariccia, in perenne briga e con scontato trionfo del buono sul malvagio, come esigeva ancora un'etica bonacciona sopravvissuta all'ottocento, ad allietare le pagine dell'indimenticabile "Corriere dei piccoli".

Giuseppe Novello, l'impareggiabile tratteggiatore delle aspirazioni e delle apprensioni della famiglia italiana. Un'ironia di costume su situazioni e impatti quotidiani, espressa con equità, senza sarcasmo, a volte perfino con benevolenza. Poi ancora, Carlo Manzoni, Mino Maccari, Palermo, Cencioni, Vamba, De Seta, il Cattaneo di "Tuttosport", Enrico Gianeri, uno dei massimi esponenti e profondo conoscitore della caricatura, Carlin Bergoglio e l'elegante grafico Paolo Garretto, che tenne per anni una fortunatissima galleria di personaggi sulla "Gazzeta del popolo", intitolata "visto da Garretto", con cui colse un enorme successo. C'erano artisti e sportivi, attori e cantanti, scrittori e dive dell'epoca che avrebbero fatto di tutto per entrarvi caricaturati perché in quei tempi era considerata il barometro della popolarità ed il tocco raffinato di Garreto era edificante.

La "Gazzetta" è stata anche uno dei primi quotidiani in Italia ad uscire con un brillantissimo inserto settimanale, il "Fuorisacco" che radunò una schiera dei nostri più affermati umoristi.

Oggi non mancano straordinari caricaturisti e divertenti vignettisti di levatura come l'esuberante Giorgio Forattini, Chiappori con le sue contorte e nevrotiche figure, il trevigiano Francesco Altan, geniale creatore del disarmante proletario Cipputi.

Per concludere possiamo ora trarre qualche considerazione, più pertinente e meno generica, sul mondo dell'umorismo.

La satira, politica, sociale o di costume, è quasi analoga nei nostri paesi europei, senza essere identica. Se approfondiamo, un po' più da vicino, si percepisce subito come il modo di ironizzare differisca, anche se in misura non eccessiva, da paese a paese.

E' naturale e logico perché lo spirito umoristico scaturisce, interiormente, da culture differenti, da lessici ereditati, da proverbialità secolari, da analogie ataviche, da umoralità etniche, da abitualità indigene, da riferimenti o da propensioni locali.

Perciò l'umorismo ha concettualità, sfumature, spunti o intensità e predilezioni diversi.

Lo humor inglese è irreprensibile, anche se cinico o addirittura macabro. Mai sguaiato. L'inglese preferisce il sorriso alla risata. E' nel suo stile. La satira francese proviene da una cultura illuminata da secoli di elevato umanesimo e rappresenta l'essenza, sbrigliata e scanzonata, dello spirito latino, un po' guascone e un po' mediterraneo. L'umorismo tedesco può anche essere spassoso, ma controllato. La gente preferisce assaporare internamente il divertimento d'una situazione comicizzata.

I caricaturisti delle nazioni neoliberate dell'Europa Orientale si sono lanciati, a ruota libera, con animoso spirito revanscista, alla realizzazione dei loro sogni trasgressivi, tanto euforici da non rendersi neppur conto che non erano più trasgressivi, riprendendo tutti quei temi post-liberazione, in perenne dotazione ad ogni popolo, appena svincolato da una dittatura: catene spezzate, despoti cattivoni ammanettati e tutta la ripetizione d'una sequenza trionfalistica del poi.

Ora stanno riassorbendo tutto lo sfogo liberatorio come un allegro ematoma.

La satira proveniente dai paesi islamici è forse un tantino più grezza, ma il contenuto è lampante. Però non abbiamo elementi per un giudizio sicuro. Possiamo solo basarci sulle opere pervenute a questo concorso, senza conoscere la collocazione di questi autori nella gerarchia artistica del loro paese. Molto sembra ripreso dall'occidente, ma potrebbe anche trattarsi di un compiacente adattamento per un più facile inserimento nel concorso. Il che costituirebbe una deviante interferenza per una seria valutazione. 

Da anni pare che il mondo della satira sia entrato in una crisi profonda. Non si vedono spiragli o segnali confortanti. Quasi tutti i giornali umoristici d'Europa sono scomparsi dalle edicole.

A questo punto è logico cercarne la ragione: è scaduta la qualità di queste pubblicazioni o il lettore è arrivato alla saturazione oppure, com'è più probabile, non prova più interesse per il genere umoristico, assorto in diversivi più attuali, più conformi alle nuove esistenzialità, in perenne mutamento? E', peraltro, il logico, incontrastabile ed assiduo ricambio generazionale di gusti e di propensioni.

Perciò sarebbe auspicabile che qualche importante ente o qualche munifico e consapevole mecenate, promovesse una seria iniziativa al fine di evitare la dissipazione di quell'immenso patrimonio culturale dell'arte umoristica con la creazione di un'organizzazione che si occupi del reperimento, della conservazione e della divulgazione di questa branca dell'arte che ha annoverato grandissimi talenti.

Attualmente la caricatura sembra sopravvivere, soprattutto, negli inserti periodici dei grandi quotidiani, che hanno assunto un po' il ruolo dei parchi naturali per la conservazione delle specie in via di estinzione.

Non vedremo certamente più una grande ripresa dei tradizionali settimanali umoristici, ma la caricatura vivrà e consoliderà un suo ben preciso spazio nei quotidiani e nei periodici per una divagazione ironica, per un'interruzione divertente, per un commento satirico. Un ruolo parallelo e complementare nel contesto delle pubblicazioni per un tocco di allegria e di rifinitura. Lo confermano praticamente i successi di Forattini, di Altan, di Chiappori e altri validi caricaturisti.

Il trasferimento della satira avverrà, o forse è già in atto, anche in altri sistemi di comunicazione, molto più divulgativi e seguiti. Bene o male è solo evoluzione. Inevitabile. Poi, come sempre, sarà questione di palato.

Prevedibilmente, in un futuro tutt'altro che lontano, la caricatura potrà essere realizzata informaticamente. L'autore, anche in questo caso, sarà sempre e comunque un artista perché l'esecuzione non sarà mai affidata al caso, ma solo alla sua fantasia ed alla sua creatività, poiché il computer non ha il cuore, la sensibilità e l'immaginazione dell'uomo. Questi, senza ricorrere alla matita od al carboncino, s'impadronirà d'un mezzo quasi senza limiti, d'una rapidità impensata e d'una capacità elaborativa immensa. Potrà controllare bozze, correggere, modificare, rifinire nello spazio di attimi.

On peut régretter, ma le cose andranno quasi sicuramente così nel millennio in cui stiamo per cadere.

Nilo Celoria

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