9ª BIENNALE di CARICATURA

E la satira fece plaff plaff

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Nel mese scorso, in Svizzera, ha avuto luogo una mostra che riteniamo irripetibile: si sono confrontati i più grandi caricaturisti di tutti i tempi. I nomi erano quelli di maestri fenomenali: da Leonardo da Vinci ai Carrocci, ai Tiepolo al Bernini a Hoghart, a tutti gli inglesi della fine Settecento, i francesi della "Charivari" e della "Caricature", in particolare Daumier, Gavarni, sino a giungere ad una sparuta schiera di italiani dell'Ottocento: Teja e Dalsani, per concludere la rassegna con il grandissimo Grosz, uno dei capifila dell'umorismo tedesco di ogni tempo e dell'espressionismo, assieme a Dix. I giornali ne hanno parlato. E' stato un avvenimento che, nel campo della caricatura intesa nella sua più pura accezione artistica, è stato straordinario. Molti i vuoti.

Molti i maestri che non erano presenti. Ma in simili rassegne bisogna avere il coraggio di sforbiciare il più possibile, anche se in certi casi queste sforbiciature sono dolorose.

Indubbiamente, il percorso seguito ha dato un panorama preciso su che cosa ha significato e continua a significare la cosiddetta caricatura, che va divisa in tantissime sue parti: i mascheroni di carattere sociale, politico, sportivo, di costume, di politica, ecc. Giudizi su uomini e cose, giudizi su fatti, giudizi su personaggi grandi e piccoli, battaglie contro lo strapotere, contro le angherie, contro chi intende sovrapporsi agli altri grazie alla sua forza che gli viene tante volte da altre forze, che sono politiche ed economiche, che hanno creato un "mostro" specifico per raggiungere i loro scopi: risolvere in positivo i propri interessi. La satira in certi casi è stata violentissima. Più affilata e tagliente di una spada appena uscita dalla mola di un "molito". Satira anche scritta. Poesia. Prosa. I popoli si stavano muovendo, pur tra guerre, pestilenze, carestie; pur tra massacri cercavano una loro strada che i maestri della caricatura di quelle epoche indicavano. Come è sempre stato nelle loro caratteristiche e nella loro genialità. La diffusione per tanti secoli della caricatura non fu facile: foglietti, stampe che non raggiungevano i mass-media, come invece avvenne dopo, già nell'Ottocento, quando le condizioni delle popolazioni erano leggermente migliorate, dal punto di vista economico, quindi c'erano più possibilità di acquistare i fogli con le riproduzioni caricaturali: incisioni, litografie. Cominciarono intanto le pubblicazioni, in tanti Paesi, di giornali: celeberrima la "Caricature" di Philippon a cui diede la sua collaborazione Honorè Daumier in Francia, il Punch, che ha chiuso in questi ultimi mesi in Inghilterra, il Lustige Blatter in Germania, il Pasquino ed il Fischietto in Italia, con quei grandi litografi che furono Teja, Dalsani, l'Asino con Galantara, l'Avanti con Scalarini, che può essere paragonato a Grosz, la Tradotta con Antonio Rubino e Sacchetti, quest'ultimo disegnatore di una raffinatezza squisita.

Questi giornali, il cui costo era modesto, permisero una diffusione capillare della caricatura che era schierata decisamente a sinistra, che sovente cadeva in autentiche provocazioni (volute, certo) e in possibili incidenti giudiziari: le querele piovevano, i Tribunali lavoravano anche per dare giudizi su questo disegno o su quest'altro. Celeberrimo il processo intentato dai nazisti e da una parte refrattaria del protestantesimo luterano di Germania contro Giorgio Grosz per la sua vignetta del Cristo con la maschera antigas: un magistrale disegno di quel maestro che denunciava la condizione dell'uomo tedesco obbligato, sotto l'impero del Kaiser, a combattere una guerra che non voleva.

Poi, dopo la seconda guerra mondiale, ecco la nascita dei giornali caricaturali popolari in Italia, in particolare: dal Marcaurelio al Travaso delle idee, dall'Uomo di Pietro al Guerrin Meschino (e il Guerrin Sportivo, che con Carlo Bergoglio meglio conosciuto come Callin, dava l'avvio alla caricatura sportiva) sino a giungere al famosissimo e celebrato Bertoldo, oltre al Settebello, pupazzettato da un brillantissimo Nando.

Le caricature invadevano intanto i quotidiani: tutti i giorni venivano pubblicate vignette a coronamento delle più disparate rubriche. Era una necessità, si può dire, per meglio "servire" il lettore, quella di illustrare il giornale anche con il disegno satirico. Ecco le famose pagine della Gazzetta del Popolo, con personaggi indimenticabili come Pio Percopo e la partecipazione di quel finissimo scrittore che è stato Achille Campanile, unitamente alla collaborazione di Paolo Garretto che veniva da una lunga permanenza tra le pagine del Graphic inglese.

La Stampa pubblicava le opere, perché di autentiche opere si trattava, di Giuseppe Novello, con Galantara, il più grande di questo secolo, uno dei creatori della Biennale di Vercelli.

Poi la propaganda fascista imponeva ai caricaturisti di seguire le direttive del Minculpop. Si cercava rifugio da parte di qualcuno nella caricatura sociale, ma senza che la sostanza delle cose cambiasse.

Ed ecco il dopo guerra. L'irrefrenabilità dei giornali: ne nasceva uno ogni giorno. Interessanti e meno. Alcuni duravano poco. Anche Vercelli ebbe parecchi foglietti umoristici. Ma non ci fu in questi anni una forza creativa, nonostante moltissimi autori vadano per la maggiore, all'altezza di quella del passato: la loro linea, il loro segno in genere, non furono certo capaci di andare oltre il momento. Difatti moltissimi sono caduti nel dimenticatoio. Se si vogliono incontrare, è possibile solo nel Museo della caricatura di ogni tempo, allestito a Tolentino, grande capitale della caricatura italiana ed europea.

Il fatto è che, mancando uomini di grandissima levatura, come quelli che abbiamo citato, c'è stata la scomparsa di giornali umoristici pressoché al completo, dove provarsi, inventare, creare.

Tuttavia, improvvisamente, per contraccolpo positivo, sono nate e sono fiorite le mostre di caricatura, tra cui quella di Vercelli, diventata tanto importante nel mondo se la partecipazione dei concorrenti è ad alto livello. Ma le mostre sono sempre chiuse in sé, cioè nelle quattro mura della sala dove le opere caricaturali sono esposte, per cui non sono poi molti coloro che ne usufruiscono. E la forza dirompente di certe opere rimane solo un "plaff". Niente altro.

Per fortuna certi giornali, quotidiani, riviste, hanno ripreso a pubblicare disegni umoristici. Ma in Italia all'infuori di rarissime eccezioni, l'arte, del disegno, della creatività al più alto livello, non la vediamo. Certo ci sono caricaturisti bravi. Ma sino a che punto? Un Grosz? Impossibile. Un Dix, meno ancora. Non parliamo di Daumier o di Galantara e di Scalarini e di Hogart. La vita faragginosa, la voglia di guadagnare sempre più da parte di certi caricaturisti di punta, ha in parte beneficiato la categoria, perché l'ha trainata economicamente, ma nello stesso tempo le ha impedito di cercare nuove soluzioni, accettando la logica di un consenso popolare, però, poco alla volta, è andato scemando non trovando nel caricaturista una ricerca, un andare oltre. Si pubblicano parecchi libri di caricatura, ma sino a che pagina reggono?

La televisione poi dal canto suo non è che abbia aiutato la satira, perché la satira della tv è deformata, ridanciana, a piena pancia, senza connessioni con la realtà da piegare ad esigenze critiche. Il lettore è disorientato. Se poi si tiene conto di quello che sta capitando oggi nel mondo ed in Italia, dove tutto è stato messo sottosopra, com'è possibile mettere ordine con la sola penna o matita? La mostra concorso di Vercelli, lo dimostra.

Francesco Leale

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